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OPINION

Fiamme e silenzi: l'estate italiana vista da fuori

La Redazione322 wordsEdition60mercoledì 29 luglio 2026 — Edizione № 60

Il mondo guarda l'Italia bruciare. Le fiamme che divorano la Puglia, il Lazio e la campagna romana sono diventate un'immagine fissa dei notiziari stranieri, insieme alle evacuazioni via mare e alle colonne di fumo che si alzano alle porte della capitale. Questa settimana The Guardian ha pubblicato un editoriale dal titolo inequivocabile — "la politica deve mettersi al passo con la nuova realtà" — nel quale sostiene che i governi europei, di fronte all'accelerazione del riscaldamento globale, stanno depriorizzando le politiche climatiche. Un'accusa che calza perfettamente sul nostro paese.

L'Italia, da questo punto di vista, offre alla stampa estera un repertorio di contraddizioni. Da un lato, il governo dichiara emergenze e stanzia fondi per la protezione civile; dall'altro, le ordinanze restano temporanee, i piani di adattamento scivolano tra le competenze regionali e la domanda di fondo — se il modello economico del turismo di massa, dell'agricoltura intensiva e della mobilità su gomma sia sostenibile in un clima che cambia — rimane senza risposta. I corrispondenti stranieri lo annotano con precisione: l'Italia reagisce, ma non previene.

La nostra regione lo sa bene. I fuochi che hanno lambito i quartieri periferici di Roma non sono un'anomalia: sono il segnale che il caldo estremo non risparmia neppure le città d'arte, e che il paesaggio italiano — fatto di pinete, macchia mediterranea e colline coltivate — è diventato un'esca. L'editoriale del Guardian ci ricorda che l'Europa intera è in ritardo, ma per l'Italia, che ospita uno dei patrimoni naturali e culturali più fragili del mondo, il ritardo ha un costo doppio.

Noi de La Veduta crediamo che la copertura internazionale colga un punto essenziale: l'Italia deve passare dalla retorica dell'emergenza alla pianificazione strutturale. Non basta dichiarare lo stato di crisi ogni estate; servono investimenti nella gestione forestale, nella messa in sicurezza idrogeologica, in una politica agricola che non incoraggi il consumo di suolo. Il mondo ci guarda e registra, con una pazienza che non sarà eterna.

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