TRENTINO-ALTO ADIGE
Il Guardian racconta i casari ribelli delle Alpi
Un reportage del Guardian celebra lo storico ribelle e il pascolo stagionale: la montagna che l'Europa vede come modello
Klara Hofer1,180 wordsEdition №135martedì 6 ottobre 2026 — Edizione № 135
Il Guardian ha pubblicato un reportage fotografico dedicato ai casari di montagna che continuano a produrre lo storico ribelle, un formaggio legato a un sistema agricolo tradizionale basato sul pascolo stagionale e a rotazione. Il pezzo nasce da un viaggio dell'autore nel mondo dell'alpeggio e racconta un piccolo gruppo di pastori che resiste a un modello agricolo sempre più industrializzato.
Secondo il Guardian, si tratta di una tradizione alpina tramandata da un gruppo ristretto di allevatori, che lavorano il latte d'alpeggio seguendo il ritmo delle stagioni e degli spostamenti del bestiame. Il giornale britannico presenta questa pratica come un patrimonio in via di rarefazione, minacciato dalla concentrazione produttiva e dal cambiamento delle economie rurali.
Per il Trentino-Alto Adige la storia non è un ritratto esotico: è il ritratto di un sistema che qui esiste ancora. Le malghe e gli alpeggi estivi, il pascolo ruotato, la caseificazione di piccola scala sono parte dell'economia agricola provinciale, sostenuta anche dai fondi dell'autonomia. La copertura internazionale tende però a descrivere questa realtà come una sopravvivenza folkloristica, più che come un settore con numeri e problemi propri.
Il reportage del Guardian non nomina esplicitamente il Trentino-Alto Adige né i suoi caseifici, e questo va detto con chiarezza: il pezzo parla di tradizione alpina in termini generali. Il valore della notizia, per chi legge dalla regione, sta nel modo in cui la stampa estera inquadra l'alpeggio: come resistenza culturale, non come politica agricola.
Il reportage del Guardian, firmato da un fotografo e narratore che racconta di essersi avvicinato al tema attraverso una passione condivisa per la fotografia e la montagna, descrive lo storico ribelle come il prodotto di un piccolo gruppo di pastori di montagna. Il sistema agricolo che lo sostiene è quello del pascolo stagionale e a rotazione: gli animali si spostano seguendo la crescita dell'erba, e il latte viene lavorato in piccoli caseifici d'alpeggio.
Il giornale britannico presenta questa pratica come una tradizione storica e in qualche misura sovversiva rispetto alle logiche dell'agricoltura industriale. La parola che usa, 'ribelle', non indica illegalità ma resistenza: un modo di produrre che non scala, non si concentra, non standardizza. È il tipo di racconto che la stampa internazionale dedica periodicamente alle Alpi, spesso senza distinguere tra i diversi versanti e i diversi ordinamenti agricoli.
Qui sta il punto per chi legge dal Trentino-Alto Adige. La nostra regione è una delle poche in Italia dove il pascolo d'alta quota non è un residuo ma un settore vivo, sostenuto da politiche provinciali e da un tessuto di malghe che lavorano latte di montagna. Eppure il reportage del Guardian non cita né la provincia di Bolzano né quella di Trento, né i consorzi che tutelano i formaggi d'alpeggio. La tradizione alpina che il giornale celebra è descritta come un fenomeno diffuso, non come una realtà amministrata e contabilizzata.
Questo è il primo elemento che la copertura estera tende a mancare: l'autonomia. In Trentino-Alto Adige l'agricoltura di montagna non sopravvive solo per virtù dei pastori, ma perché esiste un sistema di competenze provinciali, di contributi e di regole che la tiene in piedi. Il Guardian racconta la resistenza culturale; non racconta il quadro istituzionale che la rende possibile. Non è un errore del giornale, che non aveva questo mandato, ma è una lacuna che chi legge dall'estero dovrebbe conoscere.
Il secondo elemento è il mercato. Lo storico ribelle, come altri formaggi d'alpeggio, ha un problema di scala: la produzione è piccola, la distribuzione è difficile, il prezzo deve coprire costi di lavoro elevati in ambienti difficili. La stampa internazionale tende a raccontare questi prodotti come eccellenze, senza entrare nella questione di chi li compra e a quale prezzo. Il reportage del Guardian parla di tradizione e paesaggio, non di redditività.
C'è poi la questione climatica, che il Guardian affronta di sfuggita attraverso il tema del pascolo stagionale. Nelle Alpi l'alpeggio dipende da un calendario che il riscaldamento sta modificando: stagioni più lunghe in quota, siccità estive, disponibilità d'acqua per gli animali. Un sistema basato sulla rotazione dei pascoli è per definizione sensibile a questi cambiamenti. Il reportage non entra nel merito, ma il tema è sullo sfondo di tutto il racconto.
Il terzo elemento è il turismo. I formaggi d'alpeggio sono diventati, negli ultimi decenni, un'attrazione: le malghe visitabili, i sentieri del formaggio, le degustazioni in quota. Questo porta reddito ma anche pressione, perché trasforma l'allevamento in esperienza e rischia di spostare l'accento dalla produzione alla messa in scena. Il Guardian, raccontando il viaggio dell'autore nel mondo dell'alpeggio, partecipa di questo stesso fenomeno: il reportage è anche un invito a visitare quei luoghi.
La stampa austriaca e tedesca, che segue il versante nord delle Alpi, tende a trattare questi temi con più attenzione agli aspetti di politica agricola: quote latte, sussidi, direttive europee. La stampa britannica, come in questo caso, privilegia il racconto umano e paesaggistico. Sono due modi diversi di guardare la stessa montagna, e il Trentino-Alto Adige, che sta sul confine linguistico e istituzionale tra queste due sfere, finisce spesso per essere descritto dall'una o dall'altra senza che nessuna delle due colga l'insieme.
Va detto chiaramente cosa il reportage del Guardian non contiene. Non contiene dati sulla produzione di formaggi in Trentino-Alto Adige, non nomina malghe o caseifici specifici della regione, non cita autorità provinciali o consorzi. Chi volesse usare questo pezzo per affermare qualcosa di preciso sull'economia lattiero-casearia locale non troverebbe materiale. Il valore è di inquadramento: mostra come l'Europa vede l'alpeggio, e quindi come vede una parte dell'identità alpina che la nostra regione condivide con altri territori.
Per la redazione di Bolzano e Trento la domanda è pratica. Se la stampa internazionale continua a raccontare l'alpeggio come tradizione in via di estinzione, la regione ha interesse a correggere il quadro: non siamo un residuo, siamo un sistema con regole, numeri e problemi. Questo non significa polemizzare con il Guardian, che ha fatto il suo lavoro di racconto. Significa che la comunicazione istituzionale e le organizzazioni di categoria dovrebbero farsi trovare quando questi reportage escono, per aggiungere il pezzo che manca.
Il tema si collega a una questione più ampia che la copertura estera dell'Italia affronta di rado: la montagna non è solo paesaggio, è economia. Le Alpi producono energia idroelettrica, latte, carne, legno e turismo, e il Trentino-Alto Adige è la regione che ha costruito su questo mix una delle economie più solide del paese. Il reportage del Guardian, celebrando i casari ribelli, tocca solo la parte più fotogenica di questa realtà.
Cosa accadrà nei prossimi mesi dipende da fattori che il reportage non può prevedere: l'andamento della stagione, i prezzi del latte, le scelte di politica agricola europea. La stampa internazionale tornerà sulle Alpi, probabilmente in inverno, per raccontare la neve e il turismo. Quando lo farà, la domanda per la nostra redazione resterà la stessa: cosa vede l'Europa quando guarda la montagna, e cosa non riesce a vedere.
