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TOSCANA

Il gatto che combatteva Mussolini: le sorelle Wulz e l'arte come resistenza

Il Guardian celebra le fotografe triestine che sfidarono il patriarcato fascista

Costanza Bardi629 wordsEdition97venerdì 28 agosto 2026 — Edizione № 97

Il gatto si chiamava Mucincina e, secondo il Guardian, fu una delle armi più efficaci mai impugnate contro Mussolini. A usarla non furono generali o partigiani, ma due sorelle fotografe di Trieste, Wanda e Marion Wulz, che tra gli anni Venti e Quaranta opposero al patriarcato sfrenato dell'Italia fascista uno studio fotografico diventato un laboratorio di resistenza culturale.

Il quotidiano britannico dedica un ampio servizio alle due artiste, raccontando come fotografassero ballerine, schermidori e altre donne famose dell'epoca, in un'Italia dove il regime imponeva alla donna un destino domestico e silenzioso. La loro Trieste, città di frontiera e di passaggi, faceva da cornice a uno sguardo che il mondo solo oggi riscopre.

La storia delle sorelle Wulz è una di quelle che la stampa internazionale ama raccontare quando cerca l'Italia non da cartolina: non monumenti né trattorie, ma un pezzo di paese reale, con le sue tensioni e le sue contraddizioni. Il Guardian la ricostruisce attraverso le fotografie che Wanda e Marion lasciarono, immagini di donne colte nel gesto quotidiano della loro arte, lontane dalle madri prolifiche e silenziose che la propaganda del regime esigeva.

Il dettaglio che il giornale inglese mette in primo piano è il gatto Mucincina, ritratto in pose che nulla avevano di domestico. In un'Italia dove ogni immagine pubblica era controllata, trasformare un animale domestico in una presenza ironica e irriverente era un atto sottile ma reale di disobbedienza. Il Guardian lo definisce senza mezzi termini: un gatto che combatteva Mussolini.

La vicenda delle sorelle Wulz appartiene a Trieste, ma la sua eco raggiunge anche la Toscana, dove la memoria del fascismo si intreccia con la storia dell'arte e della fotografia. Negli stessi anni in cui Wanda e Marion lavoravano nel loro studio triestino, Firenze era una delle capitali della cultura italiana e il regime ne curava con attenzione l'immagine. La resistenza delle Wulz fu più silenziosa ma non meno determinata.

Il Guardian ricorda come le due sorelle fotografassero donne in movimento: ballerine, atlete, artiste. In un'epoca in cui il corpo femminile era esposto solo come oggetto di maternità o di desiderio, quelle immagini restituivano alle donne una presenza attiva, padrone del proprio gesto. La scelta non era innocua, e le Wulz lo sapevano.

La copertura internazionale di queste figure ha un significato particolare per chi osserva l'Italia da fuori. Il mondo cerca nell'arte italiana non solo il Rinascimento, ma anche le storie di chi ha saputo guardare il proprio tempo con occhio critico. Le sorelle Wulz offrono proprio questo: uno sguardo femminile e antifascista in un paese che il fascismo voleva uniforme.

Trieste, città di frontiera tra culture e imperi, diede alle Wulz una prospettiva che altre città italiane non avevano. Il Guardian sottolinea come la loro formazione fosse avvenuta in un ambiente cosmopolita, aperto alle correnti artistiche dell'Europa centrale, lontano dai canoni ufficiali imposti da Roma.

La riscoperta delle Wulz si inserisce in un movimento più ampio di rivalutazione delle artiste italiane del Novecento, che la stampa estera segue con attenzione. Musei e gallerie europee hanno cominciato a dedicare loro mostre, e il Guardian contribuisce a fissare la loro importanza nel canone internazionale.

Per la Toscana, la storia delle due sorelle è un promemoria: la regione che il mondo identifica con l'apice dell'arte italiana ha anche una storia di sguardi laterali, di artiste e intellettuali che hanno lavorato ai margini del canone ufficiale. La memoria di queste figure arricchisce l'immagine dell'Italia che i visitatori cercano, aggiungendo alle piazze e ai musei il racconto di chi ha resistito.

Il Guardian chiude il suo servizio con una nota sul valore contemporaneo di quelle fotografie: in un'epoca di immagini prodotte in serie, lo sguardo delle Wulz conserva una freschezza che interroga ancora. Il loro gatto, con la sua aria indipendente, continua a fare la sua parte.

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