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CULTURA

L'Elegy che Venezia non volle risuona ora a Londra

Il Guardian recensisce l'opera di Gabrielle Goliath, troppo controversa per la Biennale, e riapre la domanda su cosa i musei scelgono di mostrare

Eleonora Vanzetti794 wordsEdition №146mercoledì 14 ottobre 2026 — Edizione № 146

L'opera video e audio di Gabrielle Goliath intitolata Elegy, che secondo il Guardian era stata giudicata troppo controversa per la Biennale di Venezia, è ora esposta negli spazi sotterranei di Ibraaz, a Londra. Il giornale britannico l'ha recensita lunedì, descrivendola come un atto di lutto rabbioso che commemora omicidi e genocidi.

Il suono, scrive il Guardian, si riversa nelle strade: una singola nota di lamento, tenuta all'infinito, che risale dal seminterrato della galleria. La recensione la definisce un appello all'azione furioso e monotono insieme.

La notizia interessa l'Italia per una ragione precisa e documentata: la stessa opera, riferisce il Guardian, era stata esclusa o accantonata nel percorso che porta alla Biennale di Venezia. La circostanza riporta al centro del dibattito il ruolo di selezione — e di autocensura — che la più grande rassegna d'arte del mondo esercita.

Per la redazione Cultura, la vicenda non riguarda soltanto Venezia. Riguarda il modo in cui il sistema espositivo italiano viene letto dall'estero: come un luogo di consacrazione, ma anche di filtro, dove certe voci arrivano dopo, e altrove.

La notizia interessa l'Italia per una ragione precisa e documentata: la stessa opera, riferisce il Guardian, era stata giudicata troppo controversa per il percorso che porta alla Biennale di Venezia. La circostanza riporta al centro del dibattito il ruolo di selezione — e di filtro — che la più grande rassegna d'arte del mondo esercita.

La Biennale di Venezia è, per la stampa internazionale, il luogo in cui un artista diventa visibile su scala globale. Quando un'opera arriva a Londra invece che al Giardini o all'Arsenale, la cronologia stessa diventa un'informazione: dice qualcosa su cosa una grande istituzione ha ritenuto, in un dato momento, di poter mostrare.

Il Guardian non entra nei dettagli della decisione veneziana né indica chi l'abbia presa. Si limita a registrare che l'opera era stata considerata troppo controversa per la rassegna. È una formulazione prudente, e come tale va letta: un giudizio riportato, non un documento citato.

Quel che la recensione rende evidente è il contrasto tra due modi di presentare un lavoro sul lutto collettivo. A Venezia, l'esposizione avviene dentro una macchina curatoriale che il mondo intero osserva e commenta; in una galleria londinese, l'opera incontra un pubblico più ristretto ma anche meno mediato.

Riguarda il modo in cui il sistema espositivo italiano viene letto dall'estero: come un luogo di consacrazione, ma anche di selezione, dove certe voci arrivano dopo, e altrove.

C'è poi la questione del suono. Il Guardian insiste sul fatto che Elegy sia, prima di tutto, un'esperienza sonora: una nota che non finisce. È un dettaglio tecnico che diventa politico, perché un lamento continuo occupa lo spazio fisico di chi ascolta e non concede la distanza comoda dello sguardo.

Le opere che affrontano genocidi e omicidi pongono ai musei una domanda ricorrente: come si espone il dolore senza trasformarlo in spettacolo. La recensione del Guardian suggerisce che Goliath rifiuti la mediazione estetizzante, preferendo un atto di lutto che non chiede consolazione.

Per l'Italia, il precedente conta perché la Biennale è anche un appuntamento economico e diplomatico: padiglioni, prestiti, tour delle opere, cataloghi tradotti. Un lavoro che entra nel circuito internazionale per una via diversa da quella veneziana finisce comunque per parlare di Venezia, per contrasto.

Il mondo dell'arte legge queste traiettorie con attenzione. Un'esclusione non è mai soltanto un fatto curatoriale; diventa, nella stampa estera, un indizio sul clima culturale di un paese e sulle cautele delle sue istituzioni.

Va detto con prudenza: il Guardian non afferma che vi sia stata una censura formale, né nomina responsabili. Descrive un'opera 'troppo controversa' per la Biennale e ne recensisce l'approdo londinese. Ogni lettura più ampia resta un'interpretazione, non un fatto accertato dalle fonti.

Resta il dato di partenza, verificabile: un lavoro che parla di violenza di massa ha trovato a Londra lo spazio che a Venezia, secondo il giornale britannico, non aveva avuto. E la sua recensione, pubblicata in ottobre, lo consegna a un pubblico nuovo.

Per chi segue la cultura italiana dall'estero, la vicenda si somma ad altre dello stesso tipo: opere, film e libri che circolano prima altrove e arrivano in Italia dopo, o non arrivano affatto. È un motivo ricorrente nella copertura straniera, e non riguarda solo l'arte contemporanea.

La Biennale, dal canto suo, resta il perno intorno a cui la stampa internazionale organizza il racconto dell'arte italiana. Ogni sua scelta — inclusa quella di non includere — viene letta come una presa di posizione, che lo voglia o no.

Il seguito, per ora, è nelle sale di Ibraaz: un seminterrato, un suono che non si interrompe, un pubblico che scende le scale. Il Guardian lascia intendere che l'effetto sia devastante. È, alla lettera, il tipo di esperienza che una grande rassegna può amplificare o decidere di non amplificare.

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