ABRUZZO
Il verdetto di Genova espone l'Italia fragile. L'Abruzzo conosce il prezzo
Condannati 32 imputati per il crollo del ponte Morandi. Dalle Alpi all'Appennino, le infrastrutture critiche invecchiano senza controllo
Marco Di Sante896 wordsEdition №48venerdì 17 luglio 2026 — Edizione № 48
Un tribunale di Genova ha condannato giovedì 32 imputati, tra cui Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade, per il crollo del ponte Morandi del 2018 che causò 43 morti. Castellucci ha ricevuto una condanna a dodici anni di carcere. Il verdetto, riportato dal Guardian, dalla BBC e da France 24, chiude una delle inchieste più lunghe sulla negligenza infrastrutturale italiana, ma apre una domanda che risuona ben oltre Genova: quanti altri ponti, viadotti e gallerie in Italia sono in condizioni simili?
La sentenza evidenzia un quadro di manutenzione negligente e controlli insufficienti. Secondo France 24, Castellucci è stato ritenuto colpevole di omicidio stradale e negligenza. Il crollo avvenne mentre l'azienda gestiva il ponte senza effettuare le ispezioni necessarie, nonostante i dati tecnici indicassero deterioramento strutturale. Tra i 57 imputati originari, 25 sono stati assolti o scagionati; altri 32 hanno ricevuto condanne di varia entità.
Per l'Abruzzo montano, il verdetto di Genova non è una notizia lontana. La regione dipende da una rete stradale che attraversa l'Appennino centrale e connette i paesi isolati alle vallate principali. Strade statali, provinciali e comunali portano il traffico verso i parchi nazionali e i centri di ricostruzione post-sismica. Molte di queste infrastrutture, come la rete stradale nazionale, sono soggette a invecchiamento accelerato dal clima montano: gelo invernale, disgelo primaverile, frane dovute al dissesto idrogeologico.
France 24 ha inquadrato il verdetto come un segnale più ampio: il processo "evidenzia il problema delle infrastrutture invecchiate in Italia". La testata britannica BBC ha notato che oltre 50 imputati sono stati processati complessivamente per il crollo, un numero che riflette la complessità della catena di responsabilità — gestori, progettisti, ispettori, politici. Nessuno di questi ruoli è esclusivo a Genova. In Abruzzo, la gestione delle strade montane è frammentata tra comuni, province, la regione e lo Stato.
Nel 2009, il terremoto dell'Aquila distrusse gran parte della viabilità locale e costrinse a una ricostruzione che ancora continua. Sedici anni dopo, molti dei viadotti e dei ponti ricostruiti o riparati affrontano ora il ciclo naturale di usura. I fondi destinati alla manutenzione ordinaria della rete stradale abruzzese rimangono spesso inferiori alle necessità. I comuni montani, soprattutto quelli in spopolamento, faticano a finanziare i controlli periodici che avrebbero potuto prevenire situazioni critiche.
La BBC ha riportato che le famiglie delle 43 vittime di Genova hanno atteso questo verdetto per otto anni. In Abruzzo, la memoria del terremoto è ancora viva, e con essa la consapevolezza che le infrastrutture non sono solo questioni tecniche, ma questioni di sicurezza pubblica e di diritti. Un ponte che crolla, una strada che franava, un viadotto non ispezionato: queste sono le conseguenze della negligenza che il verdetto di Genova ha documentato.
Il Guardian ha sottolineato che Castellucci supervisionava un'azienda che gestiva il ponte quando è crollato. La sua responsabilità era di garantire la sicurezza strutturale. In montagna, dove le infrastrutture sono critiche per la sopravvivenza economica e sociale dei paesi, la stessa responsabilità ricade su gestori pubblici e privati che spesso operano con risorse limitate e sotto pressione politica.
L'Abruzzo ha conosciuto il prezzo dell'insufficienza infrastrutturale. Non solo nel 2009, quando il terremoto rase al suolo L'Aquila e i paesi circostanti, ma anche negli anni successivi, quando la ricostruzione si è scontrata con la scarsità di fondi e la lentezza burocratica. La viabilità è stata uno dei colli di bottiglia: strade che dovevano connettere i cantieri ai magazzini, che dovevano permettere ai residenti di tornare, che dovevano sostenere l'economia locale.
France 24 ha notato che il crollo del Morandi avvenne in un contesto di gestione privata della rete autostradale italiana, dove i profitti venivano estratti e la manutenzione era spesso differita. In montagna abruzzese, la situazione è diversa ma non meno critica: la manutenzione è pubblica, ma sottifinanziata. Il risultato è lo stesso: infrastrutture che invecchiano più velocemente di quanto vengano rinnovate.
Il verdetto di Genova offre una lezione che l'Abruzzo conosce bene: la negligenza infrastrutturale non è un'astrazione. Ha nomi, ha volti, ha famiglie che aspettano giustizia. Le 43 persone che morirono sul ponte Morandi erano viaggiatori, lavoratori, genitori. La loro morte è stata il risultato di scelte consapevoli di non investire in manutenzione, di ignorare i dati tecnici, di mettere i profitti davanti alla sicurezza.
In Abruzzo, dove la montagna è sia risorsa che rischio, dove i parchi nazionali attirano turismo internazionale ma dove i villaggi si spopolano, la viabilità è la spina dorsale della sopravvivenza. Un ponte che crolla non è solo una tragedia locale; è un segnale che il sistema non funziona. Il verdetto di Genova lo ha documentato in termini legali. Ora tocca al paese — e alle regioni come l'Abruzzo — ascoltare il messaggio e agire.
Le conseguenze del verdetto potrebbero essere significative. Secondo i resoconti della BBC e di France 24, la sentenza potrebbe spingere il governo italiano a rivedere i contratti di gestione delle infrastrutture, a aumentare i controlli e a stanziare più fondi per la manutenzione. Ma in montagna, dove i comuni sono piccoli e le risorse scarse, il cambiamento dovrà essere sistemico. Non basta una sentenza; serve una politica nazionale che riconosca che le infrastrutture sono investimenti, non costi.
L'Abruzzo attende. Aspetta che i fondi per la manutenzione stradale arrivino, che i controlli siano effettuati regolarmente, che la lezione di Genova diventi pratica quotidiana nelle valli appenniniche. Il verdetto di giovedì è una sentenza di colpevolezza. La sfida ora è trasformarlo in prevenzione.
