CULTURA
Gerda Taro esce dall'ombra di Robert Capa: il biopic a Venezia
Il Guardian racconta il film che restituisce alla fotografa il ruolo di autrice, mentre i ricercatori si interrogano su chi scattò la foto del 'soldato che cade'
Eleonora Vanzetti607 wordsEdition №113sabato 12 settembre 2026 — Edizione № 113
Un biopic presentato al festival di Venezia riporta Gerda Taro fuori dall'ombra di Robert Capa. Il Guardian lo ha raccontato l'11 settembre, ricordando che Taro fu «una delle fotoreporter più impavide del XX secolo, e la prima conosciuta a essere stata uccisa mentre copriva una guerra».
Il film debutta mentre i ricercatori, riferisce il Guardian, continuano a chiedersi chi abbia scattato la famosa fotografia del 'soldato che cade' della guerra civile spagnola, attribuita allo pseudonimo Robert Capa che la coppia condivideva.
Secondo il quotidiano britannico, il biopic mette al centro «un fiero bisogno di essere indipendente»: la rivendicazione, da parte di Taro, di un'autorialità che la storia della fotografia ha a lungo assegnato al solo Capa.
La vicenda interessa la redazione Cultura perché tocca un tema ricorrente nella copertura internazionale dell'Italia: il modo in cui il Paese, attraverso i suoi festival, diventa il luogo dove il mondo discute chi ha scritto — o scattato — la storia.
Il Guardian ricostruisce il contesto: Taro e Capa lavorarono insieme durante la guerra civile spagnola, e le loro immagini circolarono sotto il nome collettivo di Capa. Fu solo in tempi successivi che la critica ha iniziato a distinguere le rispettive mani.
Il biopic arriva al Lido in un momento in cui la questione dell'attribuzione delle fotografie di guerra è tornata di attualità. Il Guardian non chiarisce se il film prenda posizione sulla foto del 'soldato che cade', ma segnala che il dibattito tra i ricercatori è ancora aperto.
Per la redazione Cultura, la vicenda ha un interesse che va oltre la storia della fotografia. Il festival di Venezia è il luogo dove il cinema mondiale porta i propri temi davanti alla stampa internazionale, e la scelta di raccontare Taro dice qualcosa su come l'Europa guarda oggi alle proprie figure dimenticate.
Il caso di Taro non è isolato. Negli ultimi anni, diversi festival europei hanno dedicato spazio a biopic che restituiscono centralità a donne la cui opera è stata storicamente attribuita a uomini: è un filone che il Guardian, nella sua cronaca, colloca nel più ampio dibattito sulla visibilità delle autrici.
Il biopic su Taro si inserisce in una tradizione di film che usano la figura del fotografo come pretesto per riflettere sul rapporto tra immagine e verità. La guerra civile spagnola, in particolare, è stata uno dei primi conflitti in cui la fotografia ha assunto un ruolo di testimonianza diretta.
Il Guardian non fornisce il titolo del film né il nome del regista nella sua cronaca. Il valore del pezzo sta nel collocare l'opera nel contesto della riscoperta di Taro, più che nel recensirla.
Resta il fatto che il festival di Venezia continua a essere il luogo dove il cinema europeo mette alla prova le proprie narrazioni. Un biopic su una fotografa uccisa in Spagna nel 1937 arriva al Lido perché la Mostra resta una delle poche vetrine in grado di attirare l'attenzione della stampa mondiale.
Per chi si occupa di cultura come patrimonio, la lezione è chiara. Le figure dimenticate non tornano alla luce da sole: hanno bisogno di un'occasione — un libro, una mostra, un film — per essere discusse di nuovo. Il biopic su Taro è una di queste occasioni.
Il Guardian conclude la sua cronaca senza indicare quali saranno gli sviluppi del dibattito sull'attribuzione delle fotografie. La domanda resta aperta: chi ha scattato davvero il 'soldato che cade'?
Venezia, intanto, offre al pubblico internazionale la possibilità di guardare Taro non più come compagna di Capa, ma come autrice. È un cambio di sguardo che riguarda non solo la storia della fotografia, ma il modo in cui il mondo racconta le donne che hanno fatto la storia.
