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CULTURA

Gibney porta a Venezia il suo Musk: un ritratto di quattro ore che vuole suonare un allarme

Il documentario dell'americano, presentato al Lido, ricompone la vita del miliardario per metterne in luce il pericolo per la democrazia

Eleonora Vanzetti680 wordsEdition109mercoledì 9 settembre 2026 — Edizione № 109

Il Festival del cinema di Venezia ha ospitato la prima mondiale di "Musk", il documentario di quattro ore con cui Alex Gibney, regista americano già premio Oscar, ricompone la vita del miliardario Elon Musk. Il film, presentato martedì al Lido, intreccia interviste a ex mogli, collaboratori e persino al padre dell'imprenditore, costruendo un ritratto che la critica internazionale ha definito insieme epico e stranamente banale.

Secondo il Guardian, che ha recensito il documentario in anteprima, una delle voci più forti è quella di Ashley St Clair, ex influencer conservatrice e madre di un figlio di Musk, che davanti alle telecamere ha raccontato: "Elon è una bomba". La donna ha anche rivelato che il miliardario le avrebbe detto di aver bisogno di "una legione di figli prima della guerra civile", un'affermazione che apre uno squarcio sulla sua visione del mondo.

Il documentario di Alex Gibney arriva al culmine di una stagione in cui la figura di Elon Musk ha smesso di essere solo quella dell'innovatore tecnologico per diventare un caso politico globale. Il New York Times, che ha seguito la prima veneziana, osserva che gran parte del materiale presentato da Gibney non è nuovo: biografie, inchieste giornalistiche e gli stessi tweet del miliardario hanno già raccontato i licenziamenti di massa su X, l'acquisto di Twitter, le posizioni no vax e l'appoggio a Donald Trump. Ma nel ricomporre il tutto, scrive il quotidiano americano, Gibney vuole che lo spettatore prenda Musk seriamente come una minaccia alla democrazia.

La scelta di Venezia come palcoscenico per questa prima non è casuale. Il festival del Lido si è ormai affermato come la vetrina internazionale in cui il cinema di impegno civile trova il suo spazio più ampio, e la presenza di Gibney — che nel 2007 vinse l'Oscar per "Taxi to the Dark Side" — conferma la linea di una Mostra che non rifugge dai temi scottanti della contemporaneità.

La critica del Guardian sottolinea un paradosso: il film, pur nella sua mole, riesce a rendere la figura di Musk allo stesso tempo più grande e più piccola di quanto ci si aspetterebbe. Da un lato, le interviste ai familiari e ai collaboratori restituiscono la scala delle ambizioni — le missioni spaziali, le auto elettriche, il progetto di colonizzare Marte; dall'altro, le contraddizioni personali, i rapporti conflittuali con le donne e la retorica apocalittica emergono con una chiarezza che rasenta la banalità del quotidiano.

Ashley St Clair, che il Guardian identifica come una delle ex fidanzate-madri di Musk, ha parlato alla première del film a Venezia mettendo in guardia sulla sua pericolosa influenza. Le sue dichiarazioni — raccolte dal quotidiano britannico — aggiungono un tassello a un racconto che intreccia la sfera privata e quella pubblica: la richiesta di una "legione di figli prima della guerra civile" non è solo una confessione personale, ma un indizio di una mentalità che vede il mondo in termini di scontro imminente.

Per il pubblico di Venezia, il documentario di Gibney arriva in un momento in cui il dibattito sul ruolo delle piattaforme social e dei loro proprietari è più acceso che mai. L'Italia, come il resto dell'Europa, guarda con attenzione alle vicende di X e alle sue implicazioni per il discorso pubblico: il festival, con la sua platea di giornalisti e operatori culturali internazionali, diventa così il luogo in cui queste domande trovano una rappresentazione visiva.

Il New York Times rileva come Gibney non si limiti a un ritratto biografico: il regista compone un mosaico in cui le vicende personali diventano la chiave per comprendere un fenomeno politico più ampio. L'uso di un avatar CG di Musk, citato dal Guardian, è solo uno degli espedienti con cui il documentario cerca di andare oltre la superficie mediatica per interrogare la natura del potere nell'era digitale.

La prima veneziana ha attirato l'attenzione della stampa internazionale, che ha visto nel film un tassello importante del dibattito in corso sull'influenza dei miliardari della tecnologia. La scelta di Gibney di concentrarsi sul Musk "uomo" — con le sue fragilità, le sue ossessioni e le sue relazioni — piuttosto che sul Musk "imprenditore" è stata letta come una strategia narrativa precisa: per comprendere la minaccia alla democrazia, sembra suggerire il regista, bisogna prima comprendere la psicologia di chi la minaccia.

Il documentario arriva in un anno in cui il festival di Venezia ha visto una presenza significativa di film americani che affrontano i grandi temi politici e sociali. La rassegna diretta dal Lido conferma così il suo ruolo di osservatorio privilegiato sulle tendenze del cinema mondiale, capace di attirare prime mondiali destinate a far discutere ben oltre i confini della laguna.

La reazione della critica internazionale, pur con sfumature diverse, sembra convergere su un punto: il film di Gibney, al di là dei suoi meriti artistici, ha il merito di porre domande scomode sul rapporto tra potere tecnologico e democrazia. Domande che, come dimostra l'attenzione del Guardian e del New York Times, trovano nel festival veneziano la loro cassa di risonanza più ampia.

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