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FRIULI-VENEZIA GIULIA

Ginzburg e la memoria dei marginalizzati

Lo storico italiano che insegnò al mondo a leggere le voci dimenticate muore a 87 anni

Sergio Madrussan1,247 wordsEdition24martedì 23 giugno 2026 — Edizione № 24

Carlo Ginzburg, uno dei più importanti storici italiani del dopoguerra, è morto mercoledì all'età di 87 anni nella città di Bologna. La Scuola Normale Superiore di Pisa, dove insegnò come professore emerito, ha confermato la morte. Secondo il Guardian, la sua opera ha trasformato il modo in cui il mondo accademico studia il passato, concentrandosi sulle vite ordinarie oppresse dal potere e dai pregiudizi.

Ginzburg fu il pioniere della microstoria, un metodo che analizza unità storiche piccole e specifiche — spesso vite individuali, comunità locali, momenti circoscritti — per illuminare strutture sociali più ampie. Il suo approccio rovesciò la gerarchia tradizionale della ricerca storica: non i grandi eventi e i personaggi celebri, ma le persone marginalizzate, i loro conflitti silenziosi, le loro strategie di sopravvivenza.

La sua influenza si estese ben oltre l'Italia. Il Guardian ha sottolineato che il metodo di Ginzburg insegna ancora oggi a pensare agli emarginati, a riconoscere nelle piccole storie una verità più profonda sulle società. Questo approccio ha dato forma a generazioni di storici in Europa e negli Stati Uniti.

La morte di Carlo Ginzburg rappresenta la fine di un capitolo nella storiografia europea. Nato a Torino nel 1939, Ginzburg studiò alla Scuola Normale Superiore di Pisa — l'ateneo che lo vide poi tornare come docente. La sua carriera si sviluppò lungo un percorso controcorrente rispetto alla storia accademica dominante del suo tempo.

Nel 1966 pubblicò 'Il formaggio e i vermi', il suo capolavoro. Il libro racconta la vita e il processo del mugnaio friulano Domenico Scandella, detto Menocchio, un uomo del Cinquecento che osò sfidare la cosmologia della Chiesa con una visione eterodossa del mondo. Ginzburg non scrisse una storia di eventi, ma una storia di una mente singolare — come essa pensava, resisteva, immaginava — attraverso i documenti dell'Inquisizione. L'opera divenne un modello internazionale di come fare storia dal basso.

Quella scelta di soggetto non era casuale. Menocchio era un marginalizzato: contadino, eretico, senza potere politico. Eppure le sue parole — registrate negli interrogatori inquisitoriali — rivelavano una cultura popolare complessa, consapevole, in dialogo critico con l'autorità. Ginzburg insegnò che la storia non è solo ciò che accade ai potenti, ma come i senza voce pensano e agiscono dentro le strutture di dominio.

Il metodo si consolidò negli anni seguenti. 'Spie' (1989) applicò la microstoria alla storia dell'arte e della cultura, mostrando come un dipinto, un documento, un dettaglio apparentemente minore potesse essere letto come indizio di mondi più vasti. 'Il filo e le tracce' (2006) teorizzò ulteriormente il metodo: la storia è un'arte del sospetto, del riconoscimento di tracce, della costruzione di significato da frammenti.

Per la regione Friuli-Venezia Giulia, Ginzburg rappresenta una figura intellettuale di particolare rilevanza. Menocchio era friulano — un uomo del territorio di confine, della cultura popolare di quella frontiera tra Italia e Centro Europa. Scegliendo di scrivere su un friulano, Ginzburg elevò la storia locale a questione universale. La microstoria divenne un modo di dire: anche ai margini d'Europa, anche in una comunità rurale di confine, le persone pensano, resistono, creano significato.

La Scuola Normale Superiore di Pisa, dove Ginzburg insegnò, rimane uno dei centri più importanti della ricerca storica italiana. Ma la sua influenza si allargò a istituti di ricerca in tutta Europa. Il metodo della microstoria trovò seguaci in Francia, Germania, Spagna, nei Balcani — ovunque gli storici iniziarono a cercare nelle fonti minori, negli archivi locali, le voci dimenticate.

Il Guardian ha ricordato che questo approccio risuona particolarmente oggi, in un momento in cui la storia pubblica è spesso dominata da narrazioni nazionali forti, da miti fondativi, da semplificazioni. Ginzburg insegnava il contrario: la complessità, il dubbio, l'ascolto attento. La storia è un atto di interpretazione, non di certezza.

La morte di Ginzburg arriva in un momento in cui la ricerca storica europea affronta nuove sfide: come scrivere la storia dei migranti, dei rifugiati, dei senza cittadinanza? Come dare voce a chi non ha lasciato documenti ufficiali? Come leggere il silenzio? Ginzburg aveva già indicato la strada: cercando tracce, costruendo ipotesi, ascoltando i margini.

Nei suoi ultimi anni, Ginzburg continuò a insegnare e a scrivere. Il suo metodo si era ormai diffuso globalmente. Università americane, asiatiche, africane adottavano la microstoria come strumento di ricerca. Ma Ginzburg rimase fedele al principio di base: la storia è un atto etico. Scrivere la storia dei marginalizzati significa riconoscere la loro umanità, la loro dignità, la loro capacità di pensiero.

La Friuli-Venezia Giulia, regione di confini e di incroci culturali, aveva già compreso questa lezione. Trieste, porto cosmopolita e città di minoranze, è il luogo dove la storia dei marginalizzati è tangibile ogni giorno. Gli archivi della città conservano storie di rifugiati, migranti, persone che vivevano ai margini dell'impero austro-ungarico e poi dell'Italia fascista. Ginzburg aveva insegnato come leggerle.

Il suo insegnamento non era solo metodologico. Era etico. Significava: ascolti i senza voce. Significa: la storia è una pratica di giustizia. Significa: anche una vita ordinaria, anche un friulano del Cinquecento, merita di essere ricordata, studiata, compresa nella sua complessità.

La comunità accademica internazionale piange la perdita di uno dei suoi maestri. Ma l'eredità di Ginzburg rimane viva in ogni ricercatore che sceglie di ascoltare le tracce dei marginalizzati, in ogni storico che rifiuta la semplificazione, in ogni persona che legge la storia come un atto di resistenza contro l'oblio.

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