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ECONOMIA

Il gas del Golfo vacilla e l'Italia conta i costi

Il secondo attacco a una petroliera nello Stretto di Hormuz allarga la forza maggiore su 24 carichi destinati all'Europa.

Ufficio Economia560 wordsEdition70mercoledì 5 agosto 2026 — Edizione № 70

Due petroliere colpite in meno di un mese nello Stretto di Hormuz non sono una coincidenza statistica: sono un segnale che il corridoio attraverso cui transita una quota rilevante del gas naturale liquefatto destinato all'Europa meridionale è diventato instabile. Euronews ha riferito lunedì che la GasLog Shanghai è stata colpita mentre lasciava lo Stretto, poche settimane dopo l'Al Rekayyat nella stessa area. L'effetto diretto sull'Italia è documentato: la società energetica Edison ha comunicato che QatarEnergy ha esteso lo stato di forza maggiore su altri tre carichi, portando il totale delle spedizioni interessate a ventiquattro fino a settembre.

La forza maggiore, nel linguaggio dei contratti energetici, significa che il fornitore è esonerato dall'obbligo di consegna per cause di forza eccezionale. Per chi acquista gas, significa dover cercare volumi alternativi sul mercato spot, quasi sempre a prezzi più alti. In un paese come l'Italia, che importa la quasi totalità del gas che consuma e che in estate alimenta con esso buona parte della climatizzazione industriale e residenziale, ogni interruzione prolungata si traduce in pressione sui costi delle imprese e sulle bollette delle famiglie.

Il contesto macroeconomico in cui questa perturbazione si inserisce è già fragile. I dati della Banca Mondiale indicano per il 2025 una crescita del PIL italiano dello 0,54 per cento: un ritmo che lascia poco margine per assorbire shock esterni senza conseguenze visibili sull'occupazione o sui consumi. L'inflazione, ferma all'1,53 per cento, segnala che la domanda interna non tira; ma un rincaro energetico improvviso potrebbe riaccendere pressioni sui prezzi in settori ad alta intensità energetica, dalla ceramica alla chimica, dalla carta all'alimentare.

Sul fronte valutario, l'euro ha guadagnato terreno nelle ultime settimane: il cambio EUR/USD è passato da 1,1415 del 6 luglio a 1,1515 del 4 agosto. Un euro più forte abbassa in linea di principio il costo delle importazioni denominate in dollari — il GNL sui mercati internazionali si quota in dollari — ma questo effetto è parziale quando le forniture fisiche vengono semplicemente a mancare. Il cambio aiuta il prezzo unitario, non la disponibilità del volume.

La disoccupazione italiana al 6,39 per cento nel 2025 è tra le più basse degli ultimi decenni, ma nasconde una struttura del mercato del lavoro in cui i settori esposti ai costi energetici — manifattura del Nord, industria pesante — pesano ancora molto. Un prolungato rincaro del gas colpirebbe proprio quei comparti che sostengono l'export e quindi la bilancia commerciale, già sotto pressione per la debolezza della domanda tedesca e francese.

La crisi di Hormuz ricorda quanto l'Italia rimanga esposta alle rotte energetiche del Golfo Persico, nonostante gli sforzi degli ultimi anni per diversificare le fonti verso l'Algeria, il Mozambico e l'Azerbaijan attraverso il TAP. La diversificazione riduce il rischio ma non lo elimina: ventiquattro carichi di GNL qatariota bloccati tra luglio e settembre rappresentano una quantità non trascurabile in un periodo in cui il caldo record — la BBC ha segnalato allerte rosse in quasi tutte le principali città italiane — tiene alta la domanda di energia per la climatizzazione.

Il quadro che emerge è quello di un'economia a bassa velocità di crociera, con inflazione contenuta e disoccupazione in calo, che si trova a dover gestire uno shock di offerta energetica in un momento di massima domanda stagionale. Le prossime settimane diranno se i volumi alternativi reperiti sul mercato spot saranno sufficienti a coprire il deficit, e a quale prezzo.

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