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CALABRIA

Cinque paesi Ue puntano agli hub di rimpatrio: l'Italia valuta il ruolo

I ministri cercano un accordo con un paese extracomunitario per ospitare i respinti. Per la Calabria la posta in gioco è duplice.

Saverio Gallo978 wordsEdition №105sabato 5 settembre 2026 — Edizione № 105

Cinque paesi dell'Unione Europea stanno cercando un accordo con uno Stato extracomunitario non identificato per ospitare un 'hub di rimpatrio' destinato ai migranti le cui domande d'asilo sono state respinte. Lo ha dichiarato venerdì un ministro danese, secondo quanto riferito da The Local Italy.

L'obiettivo è avviare il meccanismo il 1° gennaio 2027. La data è ambiziosa: richiede un'intesa diplomatica con un paese terzo, la definizione delle procedure di trasferimento e la gestione dei casi giuridicamente più delicati, quelli in cui il rimpatrio non è immediatamente eseguibile.

L'Italia è tra i paesi che valutano il proprio ruolo nel progetto. La sua posizione geografica — frontiera mediterranea dell'Unione — la rende un interlocutore naturale, ma anche il paese che più di altri conosce le difficoltà pratiche dei rimpatri.

La notizia arriva in una settimana in cui il dibattito europeo sulla migrazione si è nuovamente concentrato sulle espulsioni. Il ministro danese ha parlato di un'intesa che coinvolgerebbe un gruppo ristretto di Stati membri, senza rivelare quale paese extraeuropeo sarebbe disposto a ospitare la struttura. The Local Italy sottolinea che l'accordo dovrebbe essere formalizzato prima della scadenza indicata.

Per la Calabria la questione ha un rilievo particolare. La regione è uno dei punti di arrivo delle rotte migratorie del Mediterraneo centrale, con sbarchi che si concentrano sulle coste tra Crotone e Reggio Calabria. Negli anni, i centri di accoglienza della regione hanno ospitato migliaia di persone in attesa dell'esame delle loro domande.

Il modello degli hub di rimpatrio è stato discusso a più riprese in sede europea. I sostenitori lo presentano come una soluzione per rendere più efficaci le espulsioni, riducendo i tempi di permanenza nei paesi di arrivo. I critici, invece, ne contestano la compatibilità con il diritto internazionale, in particolare con il principio di non-refoulement, che vieta il respingimento verso paesi dove una persona rischia persecuzioni.

L'Italia ha già sperimentato accordi bilaterali con paesi terzi per il controllo delle partenze. La collaborazione con la Libia e la Tunisia, sostenuta dai fondi europei, ha ridotto il numero degli sbarchi sulle coste italiane, ma ha sollevato interrogativi sulle condizioni dei migranti trattenuti nei paesi di transito.

Il governo italiano non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche sul progetto degli hub. La stampa estera, citando fonti diplomatiche, riferisce che Roma osserva con attenzione l'iniziativa, valutando costi e benefici politici. L'Italia, insieme alla Danimarca, è stata tra i paesi che hanno spinto per una linea più restrittiva sulla migrazione in sede Ue.

La Calabria guarda a questa evoluzione con occhi diversi da quelli di Bruxelles. La regione ha vissuto sulla propria pelle le fasi alterne della politica migratoria europea: l'emergenza degli arrivi di massa, il modello di accoglienza diffusa, il crollo del sistema dopo gli scandali che hanno colpito la gestione dei fondi.

Il riferimento è al cosiddetto modello Riace, il piccolo centro della Locride che negli anni Duemila divenne un esempio internazionale di integrazione. Il suo fondatore, l'ex sindaco Mimmo Lucano, fu poi al centro di un'inchiesta giudiziaria. La vicenda è stata raccontata a lungo dalla stampa estera come un caso emblematico delle contraddizioni italiane sulla migrazione.

Oggi i centri di accoglienza della Calabria sono molto meno numerosi che in passato. Gli arrivi sono diminuiti, ma la regione resta un punto di osservazione privilegiato per capire come funzionano — e come falliscono — le politiche europee di controllo delle frontiere.

Gli hub di rimpatrio, se realizzati, avrebbero conseguenze dirette anche sul lavoro delle prefetture e dei tribunali italiani. Le procedure di espulsione coinvolgono già oggi una macchina amministrativa complessa, fatta di convalide, ricorsi e trattenimenti. Il trasferimento delle persone respinte verso un paese terzo aggiungerebbe un passaggio ulteriore.

I giuristi che seguono la materia per conto di organizzazioni internazionali hanno espresso riserve sulla fattibilità del progetto. Senza un accordo dettagliato sul trattamento delle persone negli hub, sui tempi massimi di permanenza e sulle garanzie legali, il rischio è che le strutture diventino luoghi di detenzione amministrativa prolungata.

La Commissione Europea non ha finora preso posizione pubblica. Il progetto è portato avanti dagli Stati membri, non dalle istituzioni di Bruxelles, il che ne rivela il carattere intergovernativo. È una scelta che riflette la difficoltà di trovare un consenso allargato su una materia che divide i paesi dell'Unione.

Per la Calabria, la questione non è solo giuridica o politica. È anche economica e sociale. Le comunità costiere che hanno vissuto gli sbarchi sanno che ogni cambiamento delle rotte migratorie produce effetti immediati sul territorio: presidio delle coste, gestione dell'accoglienza, rapporti con le organizzazioni umanitarie.

La regione ha inoltre una storia di emigrazione che la rende sensibile al tema dei rimpatri. Per oltre un secolo, i calabresi sono partiti verso le Americhe, il Nord Europa e l'Australia. Le rimesse degli emigranti hanno sostenuto l'economia locale. La memoria di quella partenza pesa nel modo in cui la società calabrese guarda a chi arriva oggi.

Nei prossimi mesi si capirà se il progetto degli hub prenderà forma. La data del 1° gennaio 2027 è vicina, ma gli ostacoli diplomatici e legali sono numerosi. Il paese terzo che dovrebbe ospitare la struttura non è stato ancora individuato pubblicamente, e senza il suo consenso l'iniziativa non può partire.

Nel frattempo, la Calabria continua a fare i conti con il presente. Le coste sono meno affollate di dieci anni fa, ma i riflettori dei media internazionali si accendono ogni volta che un'imbarcazione arriva o che un naufragio riporta la rotta centrale al centro dell'attenzione. L'ultimo grande disastro, il naufragio di Cutro del febbraio 2023, è rimasto nella memoria collettiva della regione e del paese.

La decisione sugli hub sarà presa a Bruxelles e nelle capitali europee. Ma le sue conseguenze si misureranno anche qui, su una costa che il mondo ha imparato a conoscere per i barconi e per le tragedie. È da questa prospettiva che la Calabria segue il negoziato, con la prudenza di chi ha già visto troppe promesse naufragare.

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