OPINION
Il conto che il mondo paga per vederci
La Redazione374 wordsEdition №112venerdì 11 settembre 2026 — Edizione № 112
Il Guardian ha osservato questa settimana che mentre l'Inghilterra muove i primi passi verso una tassa turistica notturna, gran parte dell'Europa la applica già da tempo, e che per i comuni italiani a corto di fondi si è rivelata una manna. Euronews ha mostrato la Regata Storica riempire il Canal Grande di barche colorate, con la folla assiepata vicino a Rialto. The Local ha dato notizia dell'apertura al pubblico delle Terme di Traiano a Roma, un complesso gigantesco con affreschi e mosaici. Il New York Times, infine, ha consigliato cinque feste del raccolto autunnale da inserire in un itinerario. Quattro notizie, un solo soggetto: l'Italia come meta.
C'è una logica, in questo modo di guardarci, che conviene prendere sul serio. Il turismo è per l'economia italiana ciò che il festival di Venezia è per la sua immagine: una vetrina che rende, e che per rendere deve restare riconoscibile. La tassa di soggiorno, le terme riaperte, le regate, le sagre: sono tutte forme di una stessa operazione, mettere in valore ciò che esiste da secoli. Il mondo ce lo riconosce con generosità. Il problema non è la generosità, è l'angolo di osservazione.
Perché dall'angolo del visitatore l'Italia è un catalogo di luoghi; dall'angolo di chi ci abita è un insieme di servizi, di stipendi, di bollette. The Local ha dedicato questa settimana diversi pezzi a quest'altra Italia: quanto aumenteranno le bollette energetiche in autunno, in un paese che già paga l'energia tra le più care d'Europa; quali costi extra comporti comprare casa; se convenga un'auto nuova o usata. Sono domande che nessun itinerario autunnale contiene, e che pure descrivono la stessa penisola. La distanza tra i due racconti non è uno scandalo: è il nostro punto cieco.
Ci interessa, allora, provare a tenere insieme le due cose. Una tassa turistica che sostiene i bilanci comunali è una buona notizia per i residenti, non solo per i visitatori; un complesso archeologico che riapre è un bene comune prima che un'attrazione. Il rischio, semmai, è che l'Italia si abitui a essere premiata per ciò che mostra e non interrogata su ciò che produce. La Regata passa, il Canal Grande torna quieto, e resta la domanda di chi paga la manutenzione della città che tutti vengono a vedere.
