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OPINION

Il ponte sullo Stretto e il sogno che non muore

La Redazione352 wordsEdition92domenica 23 agosto 2026 — Edizione № 92

Il Guardian torna a occuparsi del ponte sullo Stretto di Messina, e lo fa con il tono di chi osserva una fissazione nazionale: duemila anni di progetti, dall'antichità romana a oggi, e nessuna struttura che abbia mai unito la Sicilia al continente. La testata britannica ricorda che i funzionari hanno ripreso l'idea, nonostante le perplessità tecniche e le proteste dei residenti. È una storia che il mondo racconta da decenni, e che ogni volta riemerge con la stessa domanda: perché l'Italia continua a inseguire questo sogno?

Dal nostro osservatorio regionale, la questione appare meno astratta. Per chi vive in Calabria o in Sicilia, il ponte non è solo un'infrastruttura: è il simbolo di un divario che il paese non ha mai colmato. Ma è anche vero che la stampa estera tende a semplificare, riducendo tutto a un confronto tra ambizione e realtà. Il punto che sfugge è che lo Stretto non è soltanto un problema di ingegneria: è un luogo carico di storia, di miti, di paure. E i progetti, da quello romano a quelli contemporanei, hanno sempre dovuto fare i conti con qualcosa di più difficile da misurare di un bilancio: l'identità di una terra che guarda al mare.

Il Guardian cita le proteste dei residenti, e fa bene. Ma non dice che molti di quei residenti non si oppongono al ponte in sé, quanto a un modello di sviluppo che li ha sempre dimenticati. Il rischio è che il dibattito si riduca a uno scontro tra sognatori e realisti, mentre la vera questione è un'altra: come si decide il futuro di un territorio quando chi lo abita non viene ascoltato? La copertura internazionale, con i suoi toni ora ironici ora allarmati, raramente entra in questo dettaglio.

Noi crediamo che il ponte meriti di essere discusso, ma con onestà. Non come un sogno da inseguire a ogni costo, né come un'eresia da condannare. Come una scelta che riguarda milioni di persone, e che dovrebbe essere presa con gli occhi aperti, sapendo che ogni infrastruttura è anche una promessa: quella di unire, ma anche quella di non dimenticare chi sta dall'altra parte.

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