OPINION
La tassa turistica, ovvero l'Italia che vende ciò che non riesce a proteggere
La Redazione373 wordsEdition №115lunedì 14 settembre 2026 — Edizione № 115
Il Guardian ha dedicato questa settimana un lungo articolo alla tassa turistica, descrivendola come 'un bel guadagno per le mete italiane'. Mentre l'Inghilterra muove i primi passi in un territorio che non conosce, scrive il giornale, gran parte dell'Europa applica già un prelievo sui pernottamenti, e in Italia si è rivelato 'una manna per i comuni a corto di liquidità'. La formulazione è precisa e vale la pena leggerla due volte: non un gettito per migliorare l'accoglienza, ma una boccata d'ossigeno per bilanci che non stanno in piedi altrimenti.
Il paradosso è noto a chiunque viva in una città d'arte. Venezia, Firenze, Roma e le Cinque Terre ricevono ogni anno più visitatori di quanti possano sostenerne, e le amministrazioni locali si trovano a finanziare con quel flusso i servizi che il flusso stesso consuma: raccolta dei rifiuti, manutenzione delle calli, vigilanza, trasporto pubblico. La tassa non è un lusso, è una compensazione. Ma è anche la prova che il patrimonio, per come è organizzato oggi, non si mantiene da sé: si mantiene vendendo l'accesso a se stesso.
C'è poi la questione che la stampa estera solleva di rado e che riguarda il divario interno. Le città che incassano la tassa sono le stesse che attirano i visitatori; i comuni dell'entroterra, dei piccoli borghi, delle aree interne, non hanno né flussi né gettito, e continuano a spopolarsi. La tassa turistica, insomma, fotografa l'Italia così com'è: un paese che concentra reddito e attenzione su poche mete e lascia il resto a gestirsi la propria scomparsa. Il Guardian non lo dice, ma il dato è implicito nella parola 'manna': si ringrazia il cielo per ciò che non si è stati capaci di costruire.
Non intendiamo suggerire che la tassa sia sbagliata. Altrove funziona, e in alcuni comuni italiani ha permesso di tenere aperti musei e uffici che altrimenti avrebbero chiuso. Il punto è un altro, e riguarda la direzione. Un paese che finanzia i propri servizi essenziali con l'immagine che offre al mondo sta spendendo un capitale che non si rinnova. Il paesaggio, come ogni risorsa, si consuma. La domanda che il Guardian lascia aperta, e che noi giriamo ai lettori, è semplice: se domani i visitatori scegliessero altrove, cosa resterebbe dei bilanci di queste città?
