OPINION
Un verdetto dopo dieci anni: l'Italia e il prezzo della verità
La Redazione350 wordsEdition №130martedì 29 settembre 2026 — Edizione № 130
Questa settimana il New York Times e Al Jazeera hanno riferito la stessa notizia con parole quasi identiche: un tribunale italiano ha condannato in contumacia tre agenti egiziani a dieci anni di reclusione per il sequestro e la morte di Giulio Regeni, il ricercatore scomparso al Cairo nel 2016. Il Times ha parlato di un verdetto arrivato «dopo un decennio di sforzi in Italia per fare luce» sul caso. È una formula sobria, e proprio per questo pesante: dieci anni, dice il giornale americano, per arrivare a una sentenza che riguarda persone che l'Italia non ha mai potuto interrogare.
Vale la pena fermarsi su ciò che la stampa straniera sottolinea e su ciò che invece lascia sullo sfondo. Le testate internazionali raccontano il verdetto come un atto di ostinazione civile: un paese che non archivia, che insiste, che processa anche quando l'imputato è lontano e forse irraggiungibile. È un ritratto lusinghiero, e in parte giusto. Ma è anche il ritratto di una giustizia che arriva quando può, non quando dovrebbe, e che paga questa lentezza con l'erosione della fiducia.
C'è poi un secondo livello, che riguarda noi e il modo in cui siamo guardati. Per la stampa internazionale il caso Regeni è da sempre una storia a due paesi: l'Italia e l'Egitto, la ricerca e la ragion di Stato, un giovane studioso e un apparato che non voleva essere osservato. Il verdetto non scioglie quel nodo: lo certifica. La condanna dice che cosa è accaduto, non ottiene che qualcuno ne risponda davvero. È una verità giudiziaria che resta, per ora, senza conseguenze pratiche — e questo il mondo lo vede, e lo scrive.
Da questa regione, che ha visto partire tanti giovani verso università straniere con la stessa curiosità di Regeni, la notizia si legge con un sentimento doppio. Da un lato la soddisfazione per un tribunale che non si è arreso. Dall'altro la consapevolezza che la credibilità internazionale di un paese non si misura solo su come giudica, ma su quanto riesce a proteggere chi studia, chi viaggia, chi fa domande scomode. Su questo, il verdetto non assolve nessuno.
