The newspaper of Italy, seen from abroad
La Veduta — giornale di idee, cultura e affari
Inaugural Edition № 1
World wire
…
← Back to the edition

MARCHE

Incendio in fabbrica di scarpe uccide 28 in Cina: la sicurezza nei distretti marchigiani

La tragedia di Jinjiang riaccende i riflettori sulla sicurezza nei siti di produzione calzaturiera globali e sui rischi per i fornitori marchigiani

Elena Marcheggiani735 wordsEdition №43domenica 12 luglio 2026 — Edizione № 43

Un incendio ha devastato uno stabilimento di calzature nella città di Jinjiang, nel sud-est della Cina, uccidendo almeno 28 persone secondo l'agenzia di stampa statale Xinhua. Le immagini diffuse hanno mostrato fiamme e colonne di fumo nero innalzarsi dall'edificio, con persone intrappolate sul tetto. Il proprietario della fabbrica è stato successivamente preso in custodia dalle autorità.

La tragedia, riportata da BBC e Manufacturing.net il 9 luglio, ricorda i rischi strutturali della produzione calzaturiera globale, specie nei siti con controlli di sicurezza insufficienti. Jinjiang è un grande centro di produzione calzaturiera cinese, dove decine di fabbriche operano con standard variabili.

Per i distretti marchigiani della scarpa—San Benedetto del Tronto, Montegranaro, Civitanova Marche—il caso cinese non è una questione astratta. Molte aziende marchigiane esternalizzano parte della produzione in Asia o acquistano componenti da subfornitori asiatici, creando una dipendenza dalle reti produttive internazionali.

Il proprietario della fabbrica è stato successivamente preso in custodia dalle autorità, secondo quanto riportato da Manufacturing.net il 9 luglio.

La tragedia, riportata da BBC e Manufacturing.net, ricorda i rischi strutturali della produzione calzaturiera globale, specie nei siti con controlli di sicurezza insufficienti. La città è sede di centinaia di aziende calzaturiere, molte delle quali forniscono marchi internazionali.

L'incendio di Jinjiang mette a nudo i rischi di questa interconnessione.

L'industria calzaturiera marchigiana, che occupa circa 8.000 addetti diretti e genera un fatturato di centinaia di milioni di euro, si è trasformata negli ultimi due decenni. Mentre il design, la prototipazione e la commercializzazione restano concentrati nelle Marche, la produzione di volumi è sempre più delocalizzata in Vietnam, Cina, India e Cambogia. Questa struttura riduce i costi ma amplifica l'esposizione a rischi di supply chain.

Le aziende marchigiane di solito mantengono controllo di qualità sugli stabilimenti esterni, ma la responsabilità legale e reputazionale rimane ambigua. Se un incendio in una fabbrica cinese coinvolge una ditta marchigiana come cliente o partner, la reputazione del brand marchigiano può subire danni, indipendentemente dalla responsabilità diretta dell'azienda marchigiana.

Il caso di Jinjiang solleva interrogativi sulla sicurezza antincendio negli stabilimenti asiatici. Secondo rapporti di organizzazioni internazionali per i diritti dei lavoratori, molte fabbriche in Cina, Vietnam e Bangladesh operano con standard di sicurezza inferiori a quelli europei: uscite di emergenza insufficienti, estintori mal mantenuti, materiali infiammabili stoccati male. La pressione per ridurre costi di produzione spesso comporta tagli agli investimenti in sicurezza.

Le aziende marchigiane più grandi hanno implementato sistemi di audit e compliance per i fornitori esteri. Tuttavia, i controlli sono costosi e difficili da mantenere costantemente. Piccole e medie imprese marchigiane, che costituiscono la maggior parte del tessuto produttivo locale, spesso non hanno risorse per audit rigorosi.

L'incendio di Jinjiang è il più grave incident in una fabbrica di scarpe cinese in anni recenti. Episodi simili si sono verificati in Vietnam e Bangladesh, dove la stampa internazionale ha documentato incendi e crolli di edifici. Questi eventi hanno spinto organizzazioni come la Fair Labor Association e il Bangladesh Accord on Fire and Building Safety a monitorare più strettamente gli stabilimenti.

Per le Marche, la lezione è ambivalente. Da un lato, il costo della produzione locale rimane elevato rispetto ai concorrenti asiatici, rendendo la delocalizzazione economicamente razionale per molte aziende. Dall'altro, la concentrazione della produzione in paesi con standard di sicurezza inferiori espone i brand marchigiani a rischi reputazionali e legali crescenti.

Negli ultimi anni, alcune aziende marchigiane hanno iniziato a riconsiderare la localizzazione della produzione, investendo in automazione e reshoring parziale. La spinta verso la sostenibilità e la tracciabilità della filiera ha reso il 'made in Italy' un valore competitivo. Tuttavia, il reshoring totale rimane economicamente impraticabile per molti segmenti.

Le autorità marchigiane e le associazioni di categoria hanno iniziato a promuovere standard di sicurezza e sostenibilità lungo le filiere internazionali. L'Unione Industriali Marche e l'Ance hanno lanciato iniziative di certificazione e monitoraggio. Tuttavia, questi sforzi rimangono volontari e non vincolanti.

Il caso di Jinjiang arriva mentre l'industria calzaturiera globale affronta pressioni strutturali: competizione da nuovi attori asiatici, cambiamenti nei gusti dei consumatori (crescita del digitale, della sostenibilità), e costi logistici volatili. Per le Marche, la sfida è mantenere competitività preservando standard etici e di sicurezza superiori.

Nel breve termine, l'incendio di Jinjiang probabilmente non avrà impatto diretto sulle aziende marchigiane, salvo quelle con fornitori diretti nello stabilimento colpito. Nel medio-lungo termine, tuttavia, la tragedia potrebbe accelerare una ricalibrazione delle strategie di sourcing globale, con aziende marchigiane che valutano più attentamente i rischi di reputazione e operativi associati alla delocalizzazione.

Share