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ECONOMIA

L'inflazione italiana torna al massimo di tre anni, spinta da energia e cibo

I prezzi al consumo accelerano a settembre mentre il PIL resta sotto l'1% e il cambio dell'euro si indebolisce sul dollaro.

Ufficio Economia697 wordsEdition №133venerdì 2 ottobre 2026 — Edizione № 133

L'inflazione italiana è tornata al livello più alto degli ultimi tre anni. Secondo quanto riportato questa settimana dalla stampa internazionale specializzata sull'Italia, a settembre i prezzi al consumo hanno accelerato, spinte dai forti aumenti delle bollette domestiche per il riscaldamento e dei prezzi degli alimentari freschi. È un dato che arriva in un momento delicato: la crescita del prodotto interno lordo è ferma allo 0,54 per cento per il 2025, un passo che non consente di assorbire gli shock dei prezzi senza conseguenze sui bilanci delle famiglie.

Il quadro che emerge dai dati di riferimento è quello di un'economia a bassa dinamica e a inflazione moderata ma in risalita. Il tasso di disoccupazione si attesta al 6,39 per cento, un livello che in prospettiva storica resta contenuto e che limita, almeno in parte, l'impatto della perdita di potere d'acquisto. Il problema è la composizione della spinta inflazionistica: energia e cibo sono voci difficili da comprimere per le famiglie, perché non si possono rinviare né sostituire facilmente. Per un lettore comune questo significa che l'aumento delle bollette si traduce in meno risorse disponibili per altri consumi, con un effetto di freno che si propaga ai settori dei servizi e del commercio.

Sul fronte esterno, l'euro si è indebolito. Il cambio con il dollaro è sceso da 1,1578 del 2 settembre a 1,1298 del 1° ottobre, un movimento di circa il 2,4 per cento in un mese. Un euro più debole rende più care le importazioni fatturate in dollari, a partire dall'energia, e quindi tende a sostenere proprio quella componente dei prezzi che sta spingendo l'inflazione. Allo stesso tempo, un cambio più favorevole alle esportazioni può offrire un parziale sollievo alle imprese manifatturiere che vendono fuori dall'area dell'euro. È un equilibrio precario, che dipende da quanto a lungo dura la debolezza della moneta unica.

Gli altri cambi di riferimento raccontano una storia simile. L'euro vale 0,9437 franchi svizzeri, 7,5748 yuan cinesi, 0,85373 sterline e 178,49 yen. Il rapporto con lo yen, in particolare, segnala quanto sia ampio il divario di politica monetaria tra l'area dell'euro e il Giappone, e ricorda che l'Italia non controlla la propria moneta: le decisioni che contano si prendono a Francoforte. Per un paese con un debito pubblico storicamente elevato — il rapporto debito/PIL del 1992, l'ultimo dato disponibile in questa serie, era del 77,3 per cento — anche piccoli movimenti dei tassi e dei cambi hanno un peso sui conti pubblici.

La copertura internazionale aggiunge un tassello che i numeri da soli non mostrano. La stampa estera insiste sul fatto che l'aumento dei prezzi energetici non è un fenomeno solo italiano, ma colpisce l'intera Europa, e che la risposta nazionale ha margini limitati. In questo contesto, le misure sui carburanti — come il tetto ai prezzi alla pompa a cui hanno aderito alcuni grandi rivenditori — vengono lette come interventi tampone, utili a contenere il malcontento ma non a modificare la traiettoria dell'inflazione. Il giudizio che prevale è che senza un allentamento dei costi dell'energia a livello europeo, l'Italia resti esposta.

C'è poi la questione dei redditi. Un'inflazione al rialzo con una crescita dello 0,54 per cento significa che il PIL nominale cresce, ma la torta reale quasi non si muove. Se i salari non seguono i prezzi, la perdita di potere d'acquisto si scarica sui consumi, che sono la componente principale della domanda interna italiana. Le famiglie più vulnerabili — quelle che spendono una quota maggiore del reddito in energia e cibo — sono le più colpite, e questo spiega perché il dibattito pubblico si concentri sulle bollette più che sull'indice generale.

Per il governo e per la Banca centrale europea il messaggio è duplice. Da un lato, un'inflazione al 1,53 per cento resta al di sotto dell'obiettivo del 2 per cento, il che suggerisce che non c'è urgenza di un irrigidimento monetario. Dall'altro, la risalita dei prezzi energetici e alimentari rischia di erodere la fiducia e di complicare la già fragile ripresa. La traiettoria dei prossimi mesi dipenderà da due variabili che l'Italia non controlla: i prezzi internazionali dell'energia e il cambio dell'euro. È una posizione scomoda per un'economia che deve crescere per ridurre un debito che si porta dietro da decenni.

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