REGIONI
La ricostruzione dell'Aquila vista da fuori: ciò che resta da fare
La stampa estera torna sul dopo-terremoto abruzzese mentre il dibattito sulla ricostruzione resta aperto
Marco Di Sante641 wordsEdition №135martedì 6 ottobre 2026 — Edizione № 135
Diciassette anni dopo il terremoto che il 6 aprile 2009 uccise oltre trecento persone, L'Aquila continua a essere un caso di studio per la stampa internazionale. I corrispondenti stranieri tornano periodicamente sul capoluogo abruzzese per raccontare una ricostruzione che, a distanza di quasi due decenni, resta incompiuta in diverse parti del centro storico.
Il quadro che emerge dalla copertura estera è quello di una città divisa tra quartieri recuperati e aree ancora recintate, con un centro storico che solo in parte ha riacquistato la popolazione che aveva prima del sisma. La ricostruzione privata ha proceduto, quella pubblica e monumentale con maggiore lentezza.
Per la montagna abruzzese il tema non è solo aquilano. I piccoli comuni del cratere, molti dei quali già in calo demografico prima del 2009, hanno visto il terremoto accelerare un processo di spopolamento che le politiche di ricostruzione non sono riuscite a invertire.
La lezione che i corrispondenti stranieri traggono è ricorrente: la ricostruzione fisica è una cosa, la ricostruzione di una comunità è un'altra. L'Aquila resta il luogo dove questa distinzione si vede con maggiore chiarezza.
Il tema si intreccia con quello più ampio dello spopolamento dell'interno appenninico, che la stampa internazionale segue da anni. L'Abruzzo, con circa 1,27 milioni di residenti, è tra le regioni italiane che invecchiano più rapidamente, e la montagna interna è la parte che perde abitanti con maggiore velocità.
La ricostruzione post-sisma ha avuto un effetto ambivalente su questo processo. Da un lato ha trattenuto famiglie che altrimenti avrebbero lasciato la zona; dall'altro ha concentrato risorse e attenzione su L'Aquila, lasciando i comuni minori del cratere in una condizione di dipendenza dai fondi della ricostruzione.
La stampa estera ha spesso sottolineato come il modello aquilano — la cosiddetta 'new town' di case provvisorie costruite dopo il 2009 — sia stato presentato all'epoca come una soluzione rapida ma che, a distanza di anni, ha posto problemi di integrazione urbana e di manutenzione.
Il dibattito internazionale sulla ricostruzione italiana tende a concentrarsi su un punto: la trasparenza nella gestione dei fondi e la capacità dello Stato di mantenere le promesse fatte alle comunità colpite. L'Aquila è il banco di prova più lungo e più visibile di questa capacità.
Per l'Abruzzo, la posta in gioco non è solo la memoria del 2009. È la credibilità di un modello di intervento pubblico che, se fallisce, rende più difficile affrontare i terremoti futuri in un Paese che resta ad alto rischio sismico.
I corrispondenti stranieri che hanno seguito il caso aquilano hanno anche notato come la ricostruzione abbia cambiato la composizione sociale della città, con un aumento dei residenti nelle periferie e una lenta ripresa del centro storico.
La questione demografica resta centrale. Senza popolazione stabile, la ricostruzione fisica rischia di produrre contenitori vuoti, un rischio che riguarda non solo L'Aquila ma gran parte dell'Appennino centrale.
La copertura internazionale del dopo-terremoto abruzzese tende a tornare periodicamente, in coincidenza con anniversari o con nuove scosse. È un modo per ricordare che la ricostruzione non è un evento ma un processo lungo, i cui esiti si misurano in decenni.
Per chi vive nella montagna abruzzese, il tema è quotidiano: la qualità dei servizi, la distanza dai centri decisionali, la difficoltà di attrarre giovani. La ricostruzione post-sisma ha reso questi problemi più visibili, non li ha risolti.
La stampa estera ha spesso confrontato il caso aquilano con altri terremoti italiani, dal Friuli del 1976 all'Irpinia del 1980. La conclusione ricorrente è che l'Italia ha imparato molto sulla ricostruzione fisica e meno sulla ricostruzione sociale.
L'Aquila resta, in questa lettura, un laboratorio aperto. Il giudizio internazionale dipende da ciò che accadrà nei prossimi anni, non da ciò che è già accaduto.
Per la redazione abruzzese de La Veduta, il punto è chiaro: raccontare L'Aquila significa raccontare una comunità che ha ricostruito le case e sta ancora cercando di ricostruire se stessa.
