OPINION
Milano, e la generazione che il mondo chiama perduta
La Redazione375 wordsEdition №160sabato 24 ottobre 2026 — Edizione № 160
Il Guardian ha raccontato questa settimana le tensioni di Milano con una formula che torna spesso nella copertura straniera del paese: la generazione perduta. Nelle sue pagine si descrive una divisione netta tra giovani emarginati, italiani e immigrati, e coetanei con maggiori prospettive; le proteste e le violenze marginali diventano il sintomo visibile di quella distanza. È un'inquadratura che riconosciamo, perché è la stessa che France 24 ha applicato a un'intera fascia d'Europa, dalle scuole bloccate di Roma ai campi di tende di Madrid.
La sociologa intervistata da France 24, Gökçe Tuncel, propone di leggere quest'ondata non come una somma di rivendicazioni locali ma come la richiesta di una cosa sola, la giustizia, declinata in termini che definisce materialisti. È una tesi che ci pare più onesta di quella, ricorrente, che parla di rabbia generazionale senza aggettivi: la rabbia non è un'identità, è una risposta. Dove il salario non tiene il passo dei prezzi e l'accesso alla casa o allo studio si restringe, la protesta smette di essere un fenomeno di costume e diventa un fatto economico.
Il limite di questa lettura, visto da fuori, è che tende a schiacciare il caso italiano su un modello francese. In Francia la scintilla è stata la scuola; in Italia, come ha riferito il New York Times, le strade del Sud sono state bloccate dagli autotrasportatori contro il prezzo del gasolio, con scaffali vuoti e pompe a secco. Sono due malesseri che si somigliano solo in superficie: uno riguarda chi studia, l'altro chi lavora e trasporta merci. La stampa internazionale li accosta perché cerca un filo comune europeo, e quel filo esiste, ma non è lo stesso nodo.
La domanda che il Guardian ha posto in un suo editoriale è la più difficile: queste proteste porteranno a un cambiamento reale? I governi, si osserva, sembrano paralizzati davanti alle richieste. Noi non abbiamo una risposta, e diffidiamo di chi ne ha una pronta. Registriamo soltanto che un paese raccontato dall'estero come una macchina politica longeva, capace di durare più di ogni altro governo repubblicano, viene poi descritto nelle stesse pagine come incapace di ascoltare chi scende in piazza. Le due cose possono essere vere insieme, ed è forse questo il punto che la copertura straniera coglie meglio di noi.
