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OPINION

Il mondo guarda Milano e vede una generazione che non si sente rappresentata

La Redazione390 wordsEdition №162lunedì 26 ottobre 2026 — Edizione № 162

Il Guardian ha dedicato questa settimana un lungo reportage a Milano, descrivendo la città mentre si preparava a nuove manifestazioni e parlando apertamente di una «generazione perduta» italiana. Il corrispondente racconta di giovani emarginati, di immigrati di seconda generazione e di coetanei con prospettive molto diverse, e osserva che le violenze marginali hanno messo in luce una divisione netta. È una cornice che ritorna: il New York Times scrive di giovani stanchi dell'establishment e del costo della vita, Euronews racconta scontri a Roma, France 24 parla di proteste in otto città tra cui Roma e Milano. Il mondo, insomma, guarda all'Italia e vede soprattutto una frattura generazionale.

La lettura non è sbagliata, ma è parziale. La stessa settimana ha visto gli autotrasportatori bloccare raffinerie e strade per il prezzo del diesel, come ha riferito France 24, e poi porre fine alle proteste dopo gli aiuti sul carburante, secondo The Local Italy. Sono due malesseri che nascono da cause diverse — il caro energia e la precarietà giovanile — ma che la copertura estera tende a sovrapporre sotto un'unica etichetta di rabbia sociale. Il rischio è che la complessità italiana venga appiattita su una sola immagine, quella delle piazze in fiamme.

L'editoriale del Guardian di venerdì è più ambizioso: sostiene che il contratto sociale europeo si è rotto e che i giovani chiedono soluzioni, non solo sfogo. È una tesi che merita rispetto, e che la nostra redazione condivide in parte. Ma va detto che l'Italia non è la Francia: qui il disagio giovanile convive con un mercato del lavoro frammentato, con salari fermi e con un divario Nord-Sud che nessuna protesta può cancellare in un fine settimana. La sociologa intervistata da France 24, Gökçe Tuncel, invita a leggere queste mobilitazioni come richieste di equità, non come caos: è la chiave più onesta per capirle.

Da fuori, l'Italia appare spesso come un paese che protesta senza progetto. Noi che la guardiamo ogni giorno attraverso gli occhi degli altri sappiamo che è vero il contrario: le piazze raccontano un paese che chiede di essere ascoltato, e che forse non ha ancora trovato chi sappia tradurre quella richiesta in risposte. La domanda che lasciamo ai lettori non è se le proteste siano giuste, ma se l'Europa — e l'Italia con essa — sappia ancora immaginare un futuro che i giovani riconoscano come proprio.

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