OPINION
La morte di Fakir e lo specchio dell'Italia
La Redazione304 wordsEdition №60mercoledì 29 luglio 2026 — Edizione № 60
C'è una storia, questa settimana, che i giornali stranieri raccontano con insistenza: la morte di Abderrahim Fakir, un cittadino marocchino deceduto dopo essere stato immobilizzato a terra da agenti di polizia. Il New York Times ne ha fatto un ampio reportage, descrivendo come l'episodio si sia trasformato in uno scontro più ampio sul trattamento e sul ruolo degli immigrati in Italia. Non è la prima volta che un caso di violenza poliziesca finisce sotto i riflettori della stampa estera, e non sarà l'ultima.
La lettura che arriva da fuori è lucida e impietosa. L'Italia viene descritta come un paese che, pur avendo bisogno della manodopera immigrata per sostenere un'economia in declino demografico, fatica a garantire diritti civili e tutele giudiziarie a chi arriva. Il caso Fakir, per il NYT, non è un incidente isolato ma il sintomo di un sistema in cui la polizia gode di ampia discrezionalità e il controllo sociale si esercita spesso lungo linee etniche. È un ritratto duro, che noi non possiamo liquidare come distorsione mediatica.
Nella nostra regione, dove l'immigrazione è realtà quotidiana nei campi, nei cantieri e nei servizi, queste domande bruciano ancora di più. Il divario tra la retorica governativa della sicurezza e la concretezza del bisogno economico è sotto gli occhi di tutti. I giornali stranieri lo annotano, e noi de La Veduta dobbiamo riconoscere che la loro distanza permette loro di vedere ciò che a volte, presi dalla cronaca, fatichiamo a mettere a fuoco: un paese che cambia senza avere le parole per dirlo.
La tragedia di Fakir non sarà risolta da un editoriale. Ma la copertura internazionale ci impone una riflessione sul modo in cui l'Italia tratta chi è ai margini. La fiducia nelle istituzioni si costruisce con gesti concreti, non con dichiarazioni. E il mondo, che ci guarda da fuori, lo sa bene.
