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OPINION

L'Europa cerca una tassa, l'Italia cerca il conto

La Redazione324 wordsEdition121domenica 20 settembre 2026 — Edizione № 121

Il Guardian ha riferito questa settimana che i governi europei discutono una tassa sugli extraprofitti delle compagnie energetiche, mentre i prezzi di carburante e gas restano vicini ai massimi storici e diventano un problema di politica interna per i leader del continente. Un ministro tedesco ha detto che le aziende stanno sfruttando la situazione. La notizia è europea, ma per l'Italia ha un suono familiare: da anni la stampa internazionale registra che le bollette italiane sono tra le più alte d'Europa, e che ogni autunno porta con sé l'avvertimento delle associazioni dei consumatori su un nuovo picco.

Vale la pena soffermarsi su una differenza che la copertura estera tende a segnalare. In altri paesi il dibattito sugli extraprofitti è soprattutto una questione di giustizia fiscale: chi guadagna dalla crisi deve contribuire. In Italia, dove la dipendenza dalle importazioni di energia è alta e la rete è più esposta, la stessa discussione diventa una questione di sopravvivenza per famiglie e piccole imprese. Non è la stessa tassa, anche se si chiama allo stesso modo.

C'è poi un tema che riguarda il nostro Mezzogiorno. Le regioni meridionali pagano l'energia più cara del paese, e proprio lì si concentrano le infrastrutture energetiche che servono al resto d'Italia. Il paradosso è noto agli osservatori stranieri, che lo citano spesso come esempio di divario strutturale. Una tassa europea sugli extraprofitti, se arriverà, dovrà fare i conti con questa geografia: non basta tassare chi vende, bisogna chiedersi chi ha pagato il prezzo più alto per comprare.

La nostra posizione è prudente. Una misura fiscale a livello di blocco ha senso se è coordinata, altrimenti sposta gli investimenti verso i paesi che non la applicano. Ma ha senso anche ricordare che l'Italia, con il suo debito pubblico e la sua industria energivora, ha meno margini di altri per aspettare. La domanda che la stampa internazionale ci rimanda non è ideologica: chi paga il conto di una crisi che non abbiamo scelto.

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