CULTURA
Lee Chang-dong a Venezia: la dignità negata dal capitale
Il regista coreano raccontato dal Guardian: un film sul lavoro e sulle sue vittime, tra lotta di classe e corsa agli Oscar
Eleonora Vanzetti472 wordsEdition №161domenica 25 ottobre 2026 — Edizione № 161
Il nuovo film di Lee Chang-dong, uno studio sul lavoro, sul capitale e sulle conseguenze della ridondanza, è al centro di un'intervista pubblicata dal Guardian il 23 ottobre, in cui il regista coreano definisce «una responsabilità morale» raccontare le storie degli emarginati.
La trama, come la descrive il quotidiano britannico, è «una quintessenza della storia dell'orrore del XXI secolo»: una società di private equity mette gli occhi sull'azienda in cui lavorano i protagonisti. Da quel punto di partenza il film costruisce una riflessione sulla dignità di chi perde il lavoro e sul potere che lo decide.
Il Guardian presenta il film come un titolo legato alla corsa agli Oscar, segno che la distribuzione anglofona lo considera un titolo chiave dell'anno.
Il Guardian sottolinea una frase del regista: «Combattere una battaglia impossibile è l'unico modo per riconquistare la dignità». È una chiave di lettura che sposta il film dal racconto economico a quello morale.
L'intervista del Guardian offre al pubblico anglofono la voce diretta di Lee Chang-dong. Il regista, noto per film che indagano la violenza sociale e la fragilità umana, torna con un'opera che il quotidiano britannico colloca esplicitamente nel solco del cinema politico contemporaneo.
Il punto di partenza narrativo — una società di private equity che rileva un'azienda — è descritto dal Guardian come un meccanismo da film horror. Non è un'etichetta gratuita: il giornale insiste sul fatto che il capitale finanziario, nella storia, non è uno sfondo ma un personaggio che decide destini. Il regista, nelle sue dichiarazioni, collega questa dinamica alla perdita di dignità di chi lavora.
La frase centrale dell'intervista — «combattere una battaglia impossibile è l'unico modo per riconquistare la dignità» — viene presentata come la tesi del film. Il Guardian la riporta come una dichiarazione del regista sul senso del suo lavoro, non come una citazione di un personaggio. È un distinguo che conta, perché sposta l'accento dalla finzione alla responsabilità dell'autore.
Il Guardian, nel presentare il film, lo lega esplicitamente alla corsa agli Oscar, segno che la distribuzione anglofona lo considera un titolo chiave dell'anno.
La lettura del quotidiano britannico insiste su un punto: il film non è una denuncia a tesi, ma uno studio. La parola «studio» ricorre nella descrizione del giornale, che parla di «conseguenze della ridondanza» — cioè di ciò che accade dopo che il capitale ha deciso chi resta e chi esce. È un registro diverso dalla cronaca economica, e più vicino alla tradizione del cinema sociale.
La redazione Cultura segnala anche il metodo dell'intervista: il Guardian alterna le parole del regista alla descrizione delle scene, senza anticipare il finale. È una scelta che rispetta il film e insieme lo rende leggibile a chi non lo ha visto.
Per ora resta la frase del regista, che il giornale sceglie come titolo: la battaglia impossibile come unico modo per riconquistare la dignità.
