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CULTURA

Lee Chang-dong e il gran premio di Venezia: la dignità secondo il Guardian

Il regista sudcoreano racconta al Guardian il film che ha vinto a Venezia: un ritratto di classe e di lavoro che interroga anche il pubblico italiano

Eleonora Vanzetti1,032 wordsEdition №160sabato 24 ottobre 2026 — Edizione № 160

Il Guardian ha intervistato Lee Chang-dong in occasione dell'uscita del suo nuovo film, che ha vinto il gran premio della giuria alla Mostra del cinema di Venezia. Nell'articolo, il regista sudcoreano descrive la sua opera come uno studio sul lavoro, sul capitale e sulle conseguenze dei licenziamenti.

La premessa narrativa, secondo il Guardian, è quella di una società di private equity che mette gli occhi su un'azienda: un meccanismo che il giornale definisce 'quintessenza della storia dell'orrore del XXI secolo'. Lee, scrive il Guardian, racconta gli emarginati perché è 'la nostra responsabilità morale'.

Per la redazione Cultura, la notizia non è solo il premio veneziano. È il modo in cui la stampa internazionale continua a usare Venezia come piattaforma per leggere l'Italia: un festival che premia un cinema politico e che, ogni anno, riporta la conversazione sul lavoro e sulla dignità dentro il dibattito culturale italiano.

L'intervista del Guardian arriva a pochi giorni dalla chiusura della Mostra di Venezia e si concentra su un punto preciso: il film di Lee Chang-dong non è una favola sociale, ma una descrizione del modo in cui il capitale finanziario entra nelle vite delle persone. Il giornale britannico sceglie di aprire con l'immagine della private equity che compra un'azienda, e da lì costruisce il ritratto di un autore che da anni racconta la Corea del Sud come una società attraversata da disuguaglianze profonde.

Il gran premio della giuria a Venezia, secondo il Guardian, ha dato a questo cinema una visibilità che va oltre il circuito dei festival. Lee, scrive il giornale, insiste sul fatto che raccontare gli emarginati non è un gesto decorativo ma una responsabilità morale. È una frase che il Guardian mette tra virgolette e che riassume la poetica del regista: la sconfitta non è il contrario della dignità, ma il terreno in cui la dignità si manifesta.

Per l'Italia, e per Venezia in particolare, questa intervista ha un significato che va oltre la cronaca cinematografica. La Mostra del cinema è da decenni uno dei luoghi in cui il cinema internazionale viene presentato al pubblico italiano e, insieme, uno dei luoghi in cui l'Italia si racconta al mondo. Un premio della giuria a un film sul lavoro e sul capitale diventa così anche un messaggio su quale tipo di cinema il festival sceglie di valorizzare.

Il Guardian non manca di sottolineare il contesto produttivo: il film è nato in un sistema, quello sudcoreano, che negli ultimi anni ha conquistato una centralità globale grazie a registi come lo stesso Lee e a una generazione di autori sostenuti da un'industria in espansione. È un dettaglio che interessa anche il dibattito italiano sul cinema d'autore, dove la questione del finanziamento e della distribuzione internazionale resta centrale.

La redazione Cultura de La Veduta segue da tempo il modo in cui la stampa estera racconta il rapporto tra festival italiani e cinema politico. Il caso di Lee Chang-dong è esemplare: un autore che non parla dell'Italia, ma che attraverso Venezia entra nel discorso pubblico italiano. Il Guardian lo presenta come un autore che 'combatte una battaglia impossibile', e questa formula è la chiave con cui il giornale legge l'intero film.

C'è poi un aspetto che riguarda la circolazione delle opere. Un premio a Venezia, ricorda il Guardian, non garantisce automaticamente una distribuzione ampia, ma aumenta l'attenzione dei festival e dei distributori internazionali. Per il pubblico italiano, questo significa che il film arriverà nelle sale con un'etichetta precisa: quella di un'opera premiata a Venezia e raccontata dalla stampa internazionale come un ritratto della crisi del lavoro.

Il Guardian dedica ampio spazio anche alla biografia del regista, ricordando la sua formazione e il suo percorso. Non è un dettaglio secondario: la stampa estera tende a presentare Lee come un autore che viene da una tradizione letteraria e politica, e questo aiuta a capire perché il suo cinema insista tanto sulle strutture sociali. È un modo di raccontare che il pubblico italiano ha imparato a conoscere attraverso i festival.

La domanda che il Guardian pone, e che la redazione Cultura rilancia, è se il cinema possa ancora essere uno strumento di analisi sociale. La risposta del giornale è affidata alle parole di Lee: raccontare gli emarginati è una responsabilità morale. È una posizione che non riguarda solo la Corea del Sud, ma anche il modo in cui l'Europa, e l'Italia in particolare, guarda al proprio cinema d'autore.

Venezia, in questo senso, funziona come una cassa di risonanza. Un premio assegnato in agosto o settembre continua a produrre articoli e interviste per settimane, e il Guardian lo dimostra pubblicando l'intervista a fine ottobre. Per la redazione Cultura, questo è un promemoria: i festival italiani non sono solo eventi mondani, ma snodi nella circolazione internazionale delle idee.

Il film di Lee Chang-dong, secondo il Guardian, affronta anche il tema della redundanza, cioè della perdita di valore del lavoro umano di fronte alla riorganizzazione capitalistica. È un tema che il giornale britannico collega esplicitamente alla crisi delle comunità industriali europee, e che in Italia ha una risonanza particolare nelle aree dove la deindustrializzazione ha lasciato segni profondi.

La redazione Cultura non ha elementi per dire se il film sarà distribuito in Italia né con quale titolo. Il Guardian non lo specifica. Quello che il giornale racconta è il percorso festivaliero e il significato che la giuria veneziana ha voluto attribuire all'opera. Su questo si può costruire un discorso pubblico, senza aggiungere dettagli che le fonti non contengono.

Resta il fatto che la stampa estera continua a usare l'Italia come luogo di esposizione e di legittimazione del cinema mondiale. Per un lettore italiano, la notizia è duplice: un film importante ha vinto a Venezia, e il Guardian lo racconta come una storia sul lavoro. È un modo di leggere il festival che sposta l'attenzione dal red carpet al contenuto politico delle opere.

La redazione Cultura seguirà nei prossimi giorni le reazioni internazionali al premio e l'eventuale circuito di distribuzione. Per ora, il dato certo è quello che il Guardian riporta: il film ha vinto il gran premio della giuria a Venezia, e il suo autore lo presenta come un racconto sulla dignità e sulla sconfitta. È una cornice che merita di essere discussa, non solo celebrata.

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