CULTURA
Lee Chang-dong, da Venezia all'Oscar: il cinema che racconta chi resta indietro
Il Guardian intervista il regista sudcoreano, premiato alla Mostra, sul suo film su lavoro e capitale: raccontare gli emarginati è «responsabilità morale»
Eleonora Vanzetti750 wordsEdition №163martedì 27 ottobre 2026 — Edizione № 163
Il Guardian ha pubblicato venerdì un'intervista a Lee Chang-dong, il regista sudcoreano il cui nuovo film ha vinto il gran premio della giuria alla Mostra del cinema di Venezia. Il giornale britannico descrive l'opera come uno studio sul lavoro, sul capitale e sulle conseguenze degli esuberi, e la definisce «un feroce candidato all'Oscar».
Nell'intervista Lee afferma che raccontare le storie degli emarginati è «la nostra responsabilità morale», e che combattere una battaglia impossibile è l'unico modo per riconquistare la dignità. Il Guardian apre il pezzo con una formula netta: un fondo di private equity ha messo gli occhi sulla tua azienda, è «una storia dell'orrore quintessenziale del XXI secolo».
Per il pubblico italiano la notizia ha un doppio fondo. Il film è stato premiato a Venezia, e il festival resta il luogo in cui il cinema d'autore internazionale si presenta al mondo; ma il tema — il capitale che arriva e licenzia — è lo stesso che la stampa estera racconta da anni a proposito dell'Italia.
L'intervista del Guardian a Lee Chang-dong, pubblicata il 23 ottobre, ruota attorno a un film che il giornale descrive come uno studio sul lavoro, sul capitale e sulle conseguenze degli esuberi. La premessa è dichiarata nelle prime righe: un fondo di private equity mette gli occhi su un'azienda, e da lì comincia «una storia dell'orrore quintessenziale del XXI secolo».
Il riconoscimento veneziano è il dato che dà peso internazionale all'operazione. Il gran premio della giuria alla Mostra del cinema colloca il film nel circuito dei festival maggiori e, come nota il Guardian, lo rende un candidato credibile agli Oscar. È il percorso che il cinema d'autore compie da decenni: Venezia come trampolino, Hollywood come verifica.
La frase su cui il giornale costruisce il titolo è una dichiarazione di poetica: raccontare le storie degli emarginati è «la nostra responsabilità morale». Lee aggiunge che combattere una battaglia impossibile è l'unico modo per riconquistare la dignità. Sono parole che il Guardian riporta come chiave di lettura dell'intero film, non come commento politico.
Il tema del private equity è ciò che rende il film leggibile anche fuori dalla Corea del Sud. La stampa economica internazionale segue da anni l'arrivo di fondi di investimento nelle aziende europee, e l'Italia — con il suo tessuto di imprese medie e familiari — è tra i paesi che la copertura estera cita più spesso in questo contesto. Il film arriva su quel terreno.
C'è poi il rapporto tra il festival e la città che lo ospita. Venezia è, per la stampa straniera, il luogo in cui il cinema d'autore si presenta ogni anno; ma è anche una città che il mondo racconta soprattutto per il turismo di massa e per la pressione che subisce. Le due immagini convivono, e un premio internazionale le tiene insieme per qualche settimana.
Il Guardian non risparmia la dimensione politica del racconto. Descrivere gli esuberi come conseguenza di un'operazione finanziaria significa spostare l'attenzione dalle scelte individuali alle strutture; è la stessa operazione che il cinema sociale europeo compie da decenni, e che la critica anglosassone ha imparato a riconoscere.
Per il pubblico italiano la notizia arriva con un ritardo che vale la pena notare. Il film è stato premiato a Venezia, ma è l'intervista del Guardian a riportarlo al centro del dibattito internazionale: è il segno che, per un'opera d'autore, il festival è l'inizio e non la fine del percorso. La circolazione passa dalle interviste, dalle traduzioni, dalle piattaforme.
Il paragone con il cinema italiano è inevitabile, ma va fatto con prudenza. La commedia e il dramma sociale italiani hanno una tradizione riconosciuta all'estero, e la stampa internazionale continua a cercare registi che raccontino il lavoro e la precarietà. Il film di Lee parla di un paese diverso, ma il tema — il capitale che decide dei destini — è lo stesso che il cinema europeo affronta da anni.
Resta la questione degli Oscar, che il Guardian solleva in modo esplicito. La candidatura internazionale è un passaggio che dipende da scelte nazionali, e il giornale non anticipa nulla: si limita a definire il film un candidato feroce. È una formula che dice più sull'intensità del film che sulle sue possibilità reali, e va letta come tale.
Nei prossimi mesi il film tornerà nel dibattito con l'avvicinarsi della stagione dei premi. Per l'Italia la notizia resta legata a Venezia: il festival ha lanciato l'opera, e la stampa estera lo ricorda. È il tipo di circolarità che rende un festival utile ben oltre le sue due settimane di programmazione.
