OPINION
Un aeroporto con un nome che divide
La Redazione317 wordsEdition №127sabato 26 settembre 2026 — Edizione № 127
Venerdì l'aeroporto di Malpensa, il principale scalo internazionale del nord Italia, ha cambiato nome in una cerimonia ufficiale: porterà il nome di Silvio Berlusconi. Lo ha riferito The Local Italy, precisando che la decisione è stata criticata da politici locali e nazionali. Non è una notizia che riguarda soltanto una targa: riguarda il modo in cui un paese decide di ricordare.
La stampa internazionale ha accolto la notizia con una certa perplessità. La formula usata — «l'ex premier e miliardario, coinvolto in scandali» — dice come Berlusconi resti, fuori dall'Italia, un personaggio difficile da collocare in una sola casella: fondatore di un impero televisivo, quattro volte presidente del Consiglio, protagonista di vicende giudiziarie che hanno occupato le prime pagine del mondo per decenni. Intitolargli un aeroporto, per un lettore straniero, è un gesto che richiede una spiegazione che l'Italia non ha ancora finito di darsi.
C'è poi la questione pratica, che è anche simbolica. Malpensa è la porta da cui entrano i turisti diretti ai laghi, alle Alpi, alla Lombardia industriale. Chi atterra lì vedrà quel nome su ogni schermo, su ogni cartello, su ogni carta d'imbarco. Un aeroporto è il primo contatto con un paese: il nome che porta è la prima frase che l'Italia dice di sé a chi arriva. Vale la pena domandarsi se questa sia la frase che vogliamo pronunciare per primi.
Non spetta a noi stabilire se il gesto sia giusto. Spetta a noi notare che la copertura estera lo ha raccontato come un caso, e che questa reazione è di per sé un'informazione. L'Italia, vista da fuori, appare spesso un paese che litiga sui simboli mentre i problemi concreti aspettano. La Lombardia, intanto, conta il conto: le infrastrutture, i collegamenti, il peso reale di uno scalo che deve competere con mezza Europa. Il nome non cambia nulla di tutto questo. Ma forse è proprio per questo che se ne parla tanto.
