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LOMBARDIA

Max Mara e Fendi in passerella: Milano vista dalla stampa estera

Le sfilate milanesi raccontate da Guardian e stampa internazionale: il glamour non conformista e la leggenda pop

Beatrice Comolli485 wordsEdition №128domenica 27 settembre 2026 — Edizione № 128

La passerella di Max Mara alla settimana della moda di Milano presentava cappotti ben tagliati, stivali robusti con tacco a blocco, camicie bianche impeccabili e capienti borse in camoscio. Lo ha scritto il Guardian, che ha letto la collezione come un omaggio al glamour non conformista di Amelia Earhart e di altre pioniere.

Sempre a Milano, la collezione Fendi firmata da Maria Grazia Chiuri ha celebrato Raffaella Carrà, definita dal Guardian "l'incredibile femminista" degli anni Settanta, con abiti diafani e reggiseni visibili.

Sono due letture diverse della stessa settimana. La prima costruisce una figura di donna avventurosa e composta, la seconda ne celebra una popolare e trasgressiva. Entrambe vengono raccontate all'estero come una cosa sola: Milano che detta la linea.

Il giornale britannico sottolinea un dettaglio che vale più di un aggettivo: ciò che la sfilata deliberatamente non aveva era il valore shock. In una stagione in cui molte maison cercano l'attenzione con l'eccesso, Max Mara ha scelto la misura.

Il giornale nota che la stilista si sta divertendo di più con i vestiti da quando ha lasciato Parigi per tornare a lavorare da Fendi.

Per la Lombardia questo non è un fatto di costume, è un fatto economico. La moda è uno dei settori in cui la regione è più esposta e più riconoscibile fuori dai confini nazionali, e la settimana milanese è il momento in cui il sistema viene giudicato dai compratori internazionali.

La stampa estera che copre le sfilate non si limita a descrivere i vestiti. Fissa il vocabolario con cui il mercato globale parlerà del prodotto italiano per i prossimi mesi. Se il Guardian scrive di glamour non conformista, quel linguaggio entrerà nei brief dei buyer.

C'è poi il tema della città. Milano ospita la settimana della moda e, nello stesso periodo, il sistema fieristico e finanziario che le gira intorno. Gli alberghi, i ristoranti, i trasporti e gli spazi espositivi lavorano a pieno regime per pochi giorni, e il conto si fa sul resto dell'anno.

La tensione nazionale che la stampa estera torna spesso a descrivere è quella tra la Milano che produce ricchezza e il resto del paese. La settimana della moda è uno dei momenti in cui quella distanza si vede di più, perché concentra capitali, attenzione e immagine in pochi chilometri quadrati.

Va detto con prudenza: le cronache citate non riportano cifre di vendita, ordini o presenze. Descrivono collezioni e atmosfere, non bilanci. Ogni lettura economica della settimana resta quindi un'ipotesi, non un dato.

Resta il fatto che entrambe le sfilate sono state raccontate all'estero con rispetto tecnico: tagli, materiali, riferimenti culturali. È il tipo di copertura che un sistema produttivo vuole, perché vende competenza oltre che immagine.

Per i desk che seguono il lusso italiano, la domanda dei prossimi mesi è se questa misura formale reggerà davanti alla pressione dei mercati asiatici e americani, che chiedono novità visibili. Milano, per ora, ha risposto con la sartoria.

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