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TOSCANA

Max Mara e Prada dettano la linea a Milano, e la Toscana guarda le proprie concerie

Il Guardian legge la settimana della moda come una sfilata di gonne e panache; dietro le passerelle resta il distretto che quelle pelli le lavora

Costanza Bardi640 wordsEdition №127sabato 26 settembre 2026 — Edizione № 127

Il Guardian ha raccontato la sfilata di Max Mara alla settimana della moda di Milano come un omaggio al 'glamour non conformista' di Amelia Earhart e di altre pioniere, con cappotti ben tagliati, stivali robusti con tacco a blocco, camicie bianche impeccabili e capienti borse in camoscio. Nella stessa settimana lo stesso giornale ha descritto la collezione Prada firmata da Miuccia Prada con Raf Simons come un esercizio sulle gonne, con i pantaloni lasciati da parte.

Sono due letture straniere della stessa Milano: una moda che, per essere raccontata, ha bisogno di un carattere e di una silhouette, non soltanto di un prodotto. La Toscana compare in questo racconto solo di spalle, come il luogo dove certe pelli e certe borse vengono lavorate prima di salire in passerella.

Il Guardian nota che alla sfilata Max Mara ciò che mancava deliberatamente era il valore shock. È una frase che descrive bene anche il modo in cui il mondo guarda al lavoro toscano: artigianato serio, poco clamore, nessuna narrazione.

Il Guardian ha aperto la sua cronaca della sfilata Max Mara ricordando che la collezione rendeva omaggio al 'glamour non conformista' di Amelia Earhart e di altre pioniere. Cappotti ben tagliati, stivali robusti con tacco a blocco, camicie bianche, borse capienti in camoscio: la descrizione del giornale britannico insiste su capi pensati per essere portati, non soltanto fotografati.

Nello stesso ciclo di sfilate, il Guardian ha letto la collezione Prada di Miuccia Prada con Raf Simons come una collezione costruita attorno alla gonna, con i pantaloni e gli abiti lasciati ai margini. Il giornale racconta la formula personale della designer: una gonna al ginocchio, un maglione semplice, tacchi a gattino.

Sono due modi diversi di raccontare la stessa settimana milanese. In entrambi i casi la stampa estera cerca un'idea prima che un oggetto: il coraggio di una donna che vola, la sottrazione come scelta. È il tipo di cornice che il marketing italiano paga volentieri e che, però, raramente arriva fino ai luoghi dove quegli oggetti nascono.

La Toscana è uno di quei luoghi. Le concerie e la pelletteria della regione alimentano da decenni una parte delle borse e degli accessori che poi sfilano a Milano, e il distretto fiorentino è da tempo uno dei riferimenti mondiali nella lavorazione delle pelli. Il Guardian non nomina la Toscana nei suoi pezzi di questa settimana, e non c'è motivo di attribuirgli un collegamento che non fa.

Il punto, semmai, è un altro: quando la stampa internazionale racconta la moda italiana, racconta quasi sempre il momento della presentazione — la passerella, la sala, la modella, il racconto della designer. Il momento della produzione resta fuori dall'inquadratura. E la Toscana, che vive soprattutto di quel secondo momento, finisce per esistere nel racconto mondiale solo quando accade qualcosa di storto: un'inchiesta sul lavoro, un incendio, un'indagine.

Vale anche per il resto della filiera. Il vino, l'olio, il marmo, la pelle: la Toscana esporta materia e finitura, non immagine. Quando l'immagine arriva, di solito arriva attraverso un'altra regione o attraverso un'altra città, e la regione la riceve di rimbalzo, come una provincia che ha fornito il materiale.

C'è poi la questione della lingua con cui la moda viene raccontata. Il Guardian usa parole come 'panache' e 'nonconformist glamour', che funzionano in inglese e che, tradotte, suonano immediatamente pubblicitarie. Il pubblico internazionale legge la moda italiana attraverso un vocabolario che l'Italia non controlla. È un dettaglio, ma spiega perché certe collezioni vengano percepite all'estero in modo diverso da come vengono percepite a Firenze o a Prato.

La settimana della moda milanese produce ogni anno un volume di copertura estera che nessun altro settore toscano conosce. È una copertura concentrata, breve, e quasi tutta orientata al prodotto finito. Per la regione questo significa visibilità indiretta: le pelli toscane sono presenti in molte di quelle borse, ma non hanno un nome che il lettore straniero possa riconoscere.

Resta da capire se sia un problema. Il distretto toscano ha costruito la propria forza proprio sulla discrezione: lavora per gli altri, non per sé. Ma la discrezione ha un costo quando il mercato cambia, quando i marchi internalizzano la produzione, quando la concorrenza si sposta. In quei momenti la mancanza di un racconto autonomo pesa.

Il Guardian, intanto, ha già scritto la sua storia: donne audaci, gonne al ginocchio, glamour non conformista. È una storia che funziona, e che per ora non ha bisogno della Toscana per essere raccontata. La regione può continuare a fornire il camoscio e le pelli senza comparire nel titolo, oppure può cominciare a chiedersi chi racconterà il proprio mestiere quando la passerella avrà spento le luci.

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