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CALABRIA

Calabria difende i medici cubani contro la pressione americana

Più di 200 professionisti da L'Avana mantengono aperti gli ospedali remoti della regione più povera d'Italia, ma Washington chiede di chiudere il programma

Saverio Gallo806 wordsEdition №44lunedì 13 luglio 2026 — Edizione № 44

La Calabria, regione meridionale più povera d'Italia e storicamente segnata dalla 'Ndrangheta, ospita un programma medico unico in Europa: più di duecento medici cubani lavorano negli ospedali remoti, mantenendo aperte strutture che altrimenti chiuderebbero e riducendo i tempi d'attesa nei pronto soccorso. Secondo quanto riportato dall'Associated Press, il governatore della regione ha dichiarato che perdere questi professionisti significherebbe una catastrofe sanitaria per un territorio dove la carenza di personale medico è cronica.

Washington considera le missioni mediche estere di Cuba come forme di sfruttamento e ha esercitato pressioni sugli alleati europei per abbandonarle. Gli Stati Uniti sostengono che il programma costituisce un mezzo attraverso il quale L'Avana estende il suo soft power geopolitico. Tuttavia, la Calabria non intende cedere: secondo la Los Angeles Times, il governatore ha affermato che la regione continuerà a contare su questi medici per garantire l'assistenza sanitaria di base.

I medici cubani lavorano in condizioni difficili, in ospedali con risorse limitate, una pratica che Cuba ha sviluppato per decenni in paesi in via di sviluppo come il Gambia e il Venezuela. In Calabria, secondo l'AP, questi professionisti gestiscono reparti di ortopedia, medicina generale e altre specialità essenziali, fornendo cure a pazienti che altrimenti non avrebbero accesso a servizi medici adeguati.

La situazione della sanità calabrese riflette un divario strutturale tra Nord e Sud italiano. La regione, con una popolazione di circa 1,84 milioni di abitanti, soffre di un'emigrazione costante dei giovani e dei professionisti qualificati verso il Nord o l'estero, fenomeno che ha lasciato vuoti difficili da colmare negli ospedali pubblici. La Los Angeles Times sottolinea che la Calabria è la regione più povera e con i servizi sanitari più precari della penisola.

L'arrivo dei medici cubani, iniziato anni fa attraverso accordi bilaterali con il governo italiano, ha rappresentato una soluzione pragmatica a un problema strutturale. I professionisti cubani, secondo l'AP, hanno accettato condizioni di lavoro che medici italiani ed europei raramente accetterebbero, operando in ospedali rurali e remoti dove la carenza di personale era diventata insostenibile.

Il dottor Raciel Escalona Zaldivar e la dottoressa Zoila Yakelin Arevalo Cruz, citati dall'AP, lavorano nell'Ospedale Santa Maria degli Ungheresi di Polistena, nel cuore della Calabria. Questo ospedale, come molti altri nella regione, dipende da questi professionisti per mantenere i servizi aperti e garantire cure ai pazienti locali.

La pressione americana rappresenta un dilemma per la Calabria e per l'Italia nel suo complesso. Da un lato, Washington è il principale alleato della NATO e un partner fondamentale per la sicurezza europea. Dall'altro, la regione non può permettersi di perdere una risorsa medica vitale senza una alternativa credibile. Il governatore, secondo la Los Angeles Times, ha sostenuto che non esiste un piano B: reclutare medici italiani per gli ospedali calabresi richiederebbe incentivi economici che la regione non possiede.

La questione tocca anche temi più ampi di sovranità regionale e autonomia locale. La Calabria, come altre regioni meridionali, ha una storia di lotta per l'autodeterminazione in materia di politiche sanitarie e sociali. Cedere alle pressioni esterne significherebbe accettare una decisione presa altrove, a Roma o a Washington, senza considerare le necessità specifiche del territorio.

Cuba, dal canto suo, vede il programma come una forma di solidarietà internazionale e di soft power. L'Avana ha storicamente utilizzato le missioni mediche per costruire alleanze e affermare il proprio modello di cooperazione internazionale. La perdita della presenza a Polistena e in altre città calabresi rappresenterebbe un arretramento simbolico per la diplomazia cubana in Europa.

Le implicazioni geopolitiche sono significative. Se la Calabria cedesse alla pressione americana, altri alleati europei potrebbero sentirsi incoraggiati a fare lo stesso. Se invece resistesse, potrebbe stabilire un precedente di resistenza alle pressioni esterne su questioni di interesse locale. La Los Angeles Times sottolinea che questa tensione riflette le fratture più ampie nell'ordine internazionale post-guerra fredda.

Per la Calabria, il programma rappresenta anche un'opportunità di collaborazione Sud-Sud, un legame con un paese che, come la regione italiana, ha subito isolamento e pressioni internazionali. L'accordo medico con Cuba offre a Polistena e alle comunità circostanti una forma di cooperazione che non dipende dagli investimenti europei o dalle risorse nazionali italiane, entrambi storicamente insufficienti per il Sud.

Il governatore calabrese ha dichiarato, secondo l'AP, che la regione continuerà a lottare per mantenere il programma. Questa posizione rappresenta un raro momento di resistenza regionale italiana alle pressioni esterne, un'affermazione dell'autonomia locale di fronte a vincoli geopolitici più ampi. La questione rimane irrisolta, con la Calabria e Washington in una posizione di stallo.

Nel frattempo, i medici cubani continuano a lavorare negli ospedali calabresi, fornendo cure a pazienti che non hanno altre opzioni. La loro presenza è diventata una parte della realtà sanitaria del Sud, un legame tangibile tra una regione italiana abbandonata e un paese caraibico che ha deciso di investire nella sua salute. La pressione americana minaccia di spezzare questo legame, ma la Calabria, finora, ha scelto di resistere.

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