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NAZIONALE

Meloni registra la voce per bloccare i deepfake

La presidente del Consiglio cerca di proteggere le proprie sembianze digitali dalla disinformazione generata dall'intelligenza artificiale.

Marina Doria562 wordsEdition №148giovedì 15 ottobre 2026 — Edizione № 148

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha avviato le procedure per registrare ufficialmente la propria voce come marchio registrato, nel tentativo di difendersi dalla diffusione incontrollata di video manipolati tramite intelligenza artificiale. Lo riferisce Le Monde nella sua corrispondenza da Parigi e Roma, evidenziando come la strategia miri a contrastare la creazione di contenuti ingannevoli che sfruttano le sembianze delle massime cariche istituzionali.

Il fenomeno dei cosiddetti deepfake rappresenta una sfida crescente per la sicurezza e la trasparenza dell'informazione nella Repubblica Italiana, con preoccupazioni sollevate ripetutamente dagli osservatori internazionali. Secondo quanto riportato dalla testata francese, l'esecutivo intende dotarsi di strumenti giuridici inediti per perseguire chiunque utilizzi alterazioni digitali non autorizzate per alterare il dibattito pubblico.

La questione si inserisce in un quadro più ampio di attenzione verso i rischi legati alle nuove tecnologie, mentre il parlamento e gli organi competenti valutano le modalità di recepimento delle normative europee in materia di intelligenza artificiale. Le autorità di Roma cercano così di arginare un flusso di disinformazione che, secondo la stampa estera, rischia di compromettere la fiducia nelle istituzioni democratiche.

L'iniziativa legale intrapresa dalla presidenza del consiglio italiana riflette una crescente preoccupazione globale per la vulnerabilità delle figure pubbliche di fronte alle manipolazioni audiovisive ad alta definizione. Come sottolineato dai corrispondenti esteri a Roma, la combinazione di algoritmi sofisticati e la facilità di accesso ai software di sintesi vocale ha reso la contraffazione digitale accessibile a chiunque.

Le Monde osserva che la mossa di Giorgia Meloni costituisce un precedente significativo nel panorama europeo, dove i leader politici faticano a trovare tutele adeguate all'interno del codice civile e delle leggi tradizionali sul diritto d'autore. La registrazione della voce come marchio commerciale viene vista dagli esperti legali consultati dalla stampa internazionale come una forzatura ingegnosa ma necessaria per aggirare i limiti delle attuali tutele della privacy e dell'immagine.

La stampa internazionale ha più volte sottolineato come l'Italia si trovi spesso in prima linea nell'affrontare le zone d'ombra della transizione digitale, a causa di una pubblica amministrazione complessa e di un tessuto normativo che fatica a tenere il passo con l'innovazione della Silicon Valley. Secondo l'analisi pubblicata da Le Monde, la scelta di ricorrere al diritto dei marchi evidenzia l'insufficienza delle leggi ordinarie sulla diffamazione e sul diritto d'autore nell'era dell'intelligenza artificiale generativa.

Il governo italiano, ricorda la testata francese, deve districarsi tra la necessità di attrarre investimenti tecnologici e l'urgenza di proteggere la sovranità informativa nazionale, un equilibrio reso precario dalle pressioni dei colossi digitali statunitensi e asiatici. La stessa premier si è spesso trovata al centro di campagne di disinformazione mirate, che hanno spinto i suoi consulenti legali a esplorare ogni possibile appiglio giuridico.

Nel contesto della politica economica nazionale, la difesa dell'integrità comunicativa della leadership si riflette anche sulla stabilità percepita dai mercati finanziari internazionali, particolarmente sensibili a ogni forma di instabilità istituzionale a Roma. L'affidabilità della voce del capo del governo costituisce, agli occhi dei corrispondenti esteri, un indicatore non trascurabile della tenuta democratica del paese di fronte alle interferenze esterne.

Mentre il dibattito europeo sui confini etici dell'intelligenza artificiale prosegue senza sosta, la decisione italiana di blindare la propria voce tramite i registri della proprietà intellettuale apre un dibattito destinato a fare scuola in altri ordinamenti occidentali. Resta da verificare, come evidenziano gli analisti stranieri, se una misura concepita per proteggere i beni commerciali possa effettivamente reggere all'urto della propaganda algoritmica globale.

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