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CULTURA

Il Met apre con il 'Macbeth' di Verdi, e l'opera italiana torna al centro

Il New York Times racconta la prima della stagione: Quinn Kelsey nei panni di Macbeth in un allestimento distopico firmato Louisa Proske

Eleonora Vanzetti640 wordsEdition125giovedì 24 settembre 2026 — Edizione № 125

Il Metropolitan Opera di New York ha aperto la sua nuova stagione con il 'Macbeth' di Giuseppe Verdi. Secondo il New York Times, la serata inaugurale ha riunito personalità illustri per celebrare l'avvio dell'annata, e il giornale dedica alla prima due distinti articoli, uno di cronaca mondana e uno di recensione.

Il baritono Quinn Kelsey interpreta il protagonista. Nella recensione del New York Times, Kelsey 'traccia con autorevolezza ogni passo del declino di Macbeth' nell'allestimento firmato dalla regista Louisa Proske, descritto dal giornale come post-apocalittico e distopico.

La scelta di aprire la stagione con Verdi non è neutra: l'opera italiana resta il repertorio su cui il Met costruisce le proprie prime. Il giornale americano tratta il 'Macbeth' come un classico capace di reggere una lettura radicale, non come un pezzo da museo.

Per la cultura italiana letta dall'estero, il dato conta: una delle istituzioni liriche più visibili del mondo affida la propria apertura a un compositore italiano, in una stagione che la stampa americana segue con attenzione.

Il Metropolitan Opera ha scelto il 'Macbeth' di Verdi per inaugurare la nuova stagione. Il New York Times ha coperto l'evento con due pezzi: uno sulla serata e sui suoi ospiti illustri, uno sulla recensione vera e propria, pubblicata poche ore dopo la prima.

Al centro della recensione c'è il baritono Quinn Kelsey. Il New York Times scrive che Kelsey delinea con autorevolezza ogni passaggio del declino del protagonista, dentro una messa in scena che il giornale definisce post-apocalittica, firmata dalla regista Louisa Proske.

È questa la notizia che interessa la lettura italiana: il grande repertorio verdiano continua a essere il terreno su cui i teatri stranieri misurano la propria ambizione registica. Una 'distopia' verdiana a New York dice qualcosa su come l'opera italiana viene oggi ripensata fuori dai confini nazionali.

'Macbeth' è, tra le opere di Verdi, una delle più adatte a letture cupe: il testo shakespeariano, la brevità della partitura, la concentrazione sul potere e sulla colpa. Il Met aveva già sperimentato in passato allestimenti che spostano l'azione in scenari contemporanei o futuribili; questa volta la stampa americana registra l'esito come riuscito.

Il New York Times non si limita alla cronaca: il giornale dedica spazio anche al rito sociale della prima, con il pubblico illustre che ogni anno apre la stagione del Met. È un modo di raccontare l'opera come evento culturale oltre che musicale, e in questo l'Italia è quasi sempre presente, se non sul palco, nel repertorio.

Per chi segue la cultura italiana dall'estero, il dato è duplice. Da un lato, un compositore italiano apre la stagione di uno dei teatri più importanti del mondo. Dall'altro, la regia che lo accompagna è straniera, e la lettura critica che ne dà la stampa americana è anch'essa straniera: l'opera italiana come patrimonio condiviso, non come proprietà nazionale.

C'è poi la questione del repertorio. Negli ultimi anni i grandi teatri internazionali hanno alternato Verdi, Puccini e Bellini a titoli contemporanei; la scelta di aprire con 'Macbeth' segnala una preferenza per il repertorio consolidato, ma trattato con libertà registica.

La recensione del New York Times non risparmia il giudizio sulla produzione: definisce l'allestimento distopico e ne descrive l'impianto visivo. Il giudizio sul protagonista è invece nettamente positivo, e questo contribuisce a fare della prima un successo di critica oltre che di pubblico.

Resta da vedere come la stagione proseguirà. Il Met ha annunciato il proprio calendario, ma la stampa americana si è concentrata soprattutto sull'apertura; i titoli successivi definiranno se la linea verdiana sarà un caso isolato o una tendenza.

Per l'Italia, e in particolare per le istituzioni musicali che guardano ai modelli internazionali, il messaggio è chiaro: il repertorio italiano resta il biglietto da visita più affidabile quando si vuole attirare attenzione critica e pubblico. La sfida non è la partitura, ma la lettura che se ne dà.

La copertura del New York Times conferma anche una tendenza più ampia: la stampa culturale americana continua a trattare l'opera come genere vivo, capace di generare recensioni lunghe e articoli di costume. In un panorama in cui molti giornali hanno ridotto lo spazio alla critica musicale, il caso del Met fa eccezione.

Il 'Macbeth' verdiano, in questa lettura, diventa così un ponte: un testo italiano, una regia tedesca, un baritono americano, un pubblico internazionale. È l'opera come lingua franca, e l'Italia ne è insieme l'origine e, sempre più spesso, uno degli spettatori.

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