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CULTURA

Il Met apre con il 'Macbeth' di Verdi, e la lettura distopica viaggia verso casa

Il New York Times racconta la prima di stagione: Quinn Kelsey come Macbeth, la regia post-apocalittica di Louisa Proske

Eleonora Vanzetti936 wordsEdition №126venerdì 25 settembre 2026 — Edizione № 126

Il Metropolitan Opera ha aperto la sua nuova stagione con il 'Macbeth' di Verdi, in un allestimento post-apocalittico curato dalla regista Louisa Proske. Il New York Times dedica all'inaugurazione due articoli, uno di critica e uno sulla serata mondana, e in entrambi la produzione italiana dell'opera — il libretto di Francesco Maria Piave, tratto da Shakespeare — resta il cuore della scena.

Secondo il critico del Times, il baritono Quinn Kelsey 'traccia con comando ogni passo del declino di Macbeth', portando sulla scena una figura che nella lettura di Proske si muove in un paesaggio da fine del mondo. La recensione insiste sull'equilibrio tra la partitura verdiana e la scelta registica, che sposta l'azione in un tempo imprecisato e desolato.

La scelta di aprire la stagione con Verdi non è un dettaglio per il pubblico italiano: 'Macbeth' è la prima delle opere shakespeariane che il compositore di Busseto portò a compimento, e la sua fortuna americana passa da qui. Il secondo pezzo del Times, di taglio mondano, descrive una serata di personalità riunite per celebrare l'avvio della stagione.

Per la redazione Cultura, la notizia ha un doppio movimento: da un lato conferma che l'opera italiana resta il linguaggio con cui i grandi teatri del mondo si presentano al pubblico; dall'altro mostra come una regia tedesca-europea ne sposti il senso, leggendo Verdi attraverso l'immaginario distopico contemporaneo.

Il Metropolitan Opera ha inaugurato la nuova stagione con il 'Macbeth' di Verdi. Il New York Times ha raccontato la serata in due dispacci: la recensione firmata dalla critica musicale del giornale e un secondo articolo dedicato alla prima, con le personalità riunite a celebrare l'apertura. In entrambi i testi il baritono Quinn Kelsey è il perno della serata.

Nella recensione, il Times descrive Kelsey mentre 'traccia con comando ogni passo del declino di Macbeth'. È una formula che dice molto: l'opera di Verdi è costruita attorno alla coppia Macbeth-Lady Macbeth, e la sua tenuta dipende dalla capacità del baritono di rendere credibile una discesa morale progressiva. Il giornale americano legge la performance come il centro di gravità della produzione.

La regia è di Louisa Proske, che secondo il Times colloca l'opera in una cornice post-apocalittica. La scelta sposta 'Macbeth' fuori dal medioevo scozzese e fuori dal XIX secolo italiano, in un paesaggio che il giornale definisce distopico. Non è la prima volta che un grande teatro legge Verdi attraverso l'immaginario della catastrofe: è una tendenza che negli ultimi anni attraversa le stagioni europee e americane.

'Macbeth' è la prima delle opere shakespeariane di Verdi, e la sua storia è italiana prima che internazionale. Il compositore la portò a Firenze nel 1847, in una versione che poi rivedette per Parigi nel 1865. Il libretto è di Francesco Maria Piave, con aggiunte di Andrea Maffei nella revisione francese. È un'opera che nasce già in dialogo con un pubblico straniero, e che da allora non ha mai smesso di viaggiare.

Il secondo articolo del Times, di taglio mondano, descrive l'apertura come un appuntamento di personalità illustri. È il registro con cui la stampa americana racconta da sempre le prime del Met: un misto di cronaca musicale e cronaca sociale, dove il teatro diventa il luogo in cui si mostra la vita culturale della città.

Per il lettore italiano, la notizia ha un interesse che va oltre la cronaca newyorkese. Il Metropolitan è il palcoscenico dove il repertorio italiano viene misurato con il gusto del pubblico anglofono, e le scelte di regia che vi debuttano tendono poi a circolare nei teatri europei. Una lettura distopica del 'Macbeth' nata per New York arriva, con qualche stagione di ritardo, anche sui palcoscenici italiani.

C'è poi la questione della lingua. Il 'Macbeth' verdiano è cantato in italiano, e il Times non manca di segnalarlo nella sua copertura. Per il pubblico americano questo significa leggere i sopratitoli; per il pubblico italiano significa ascoltare un testo che appartiene alla propria tradizione letteraria e teatrale, ma che qui passa attraverso una messa in scena pensata altrove.

La scelta di aprire la stagione con Verdi dice anche qualcosa sul momento dell'opera nel mondo. I grandi teatri anglofoni continuano a programmare il repertorio italiano come fondamento della propria identità, mentre le nuove produzioni cercano di rinnovarne la lettura. È un equilibrio che il Times descrive senza polemica, registrando la ricezione della serata.

Non ci sono, nei due articoli, riferimenti a teatri italiani o a coproduzioni. La notizia resta americana: riguarda il Met, la sua stagione, il suo pubblico. Ma è una notizia che l'Italia legge come propria, perché il materiale — la partitura, il libretto, la lingua — è italiano.

Il legame con il territorio è, per la redazione Cultura, un legame di repertorio più che di cronaca. Verdi è il compositore che più di ogni altro ha costruito l'idea di Italia musicale all'estero, e 'Macbeth' è tra le opere che meglio mostrano come quella idea sia passata attraverso Shakespeare, attraverso Firenze e Parigi, attraverso una lingua che il mondo ha imparato ad ascoltare senza necessariamente capirla.

Il Times non pubblica cifre sulla serata né sui cachet, e non è compito di questo dispaccio aggiungerne. Quello che il giornale americano documenta è una prima di stagione con un baritono al centro e una regia che sposta l'opera in un altrove temporale. Il resto — la ricezione italiana, le future riprese, le eventuali tournée — resta da vedere.

Per chi segue l'opera da fuori, la notizia conferma una tendenza già visibile: i teatri del mondo usano il repertorio italiano come terreno di sperimentazione registica. Il 'Macbeth' del Met ne è l'esempio di questa settimana, e il New York Times lo racconta come tale.

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