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MOLISE

Minacce a famiglie israeliane in Italia: il Sud scopre il risentimento

Decine di israeliani si sono insediati nella valle della Valsesia, rivitalizzando aree abbandonate. Ma la lettera con proiettile rivela tensioni profonde sulla migrazione e l'appartenenza che toccano anche il Molise.

Antonio Petrella1,356 wordsEdition25mercoledì 24 giugno 2026 — Edizione № 25

Una comunità di decine di famiglie israeliane si è insediata nella valle della Valsesia, in Italia settentrionale, e ha iniziato a rivitalizzare aree abbandonate. Ma il sindaco locale ha ricevuto una lettera di minaccia con un proiettile allegato, secondo Ynet News domenica. Il messaggio era esplicito: 'Inizieremo a sparare'. Le autorità hanno aperto un'inchiesta mentre il sindaco ha difeso i nuovi arrivati, affermando che hanno rivitalizzato aree abbandonate.

La notizia arriva mentre l'Italia affronta una crisi demografica senza precedenti. Il paese perde giovani verso l'estero, i villaggi si svuotano, le scuole chiudono. Eppure, quando stranieri — in questo caso, famiglie israeliane — decidono di venire a vivere in Italia e di investire in comunità rurali, il risentimento emerge veloce e violento. La lettera con proiettile non è solo una minaccia: è una finestra su tensioni più profonde riguardanti chi ha il diritto di vivere dove, e chi decide cosa significa 'rivitalizzare' un territorio.

Nel Molise, dove la popolazione è scesa a poco più di 289 mila abitanti e continua a diminuire, il problema non è diverso da quello della Valsesia. Interi paesi rimangono mezzo vuoti, le case si sgretolano, le aziende agricole vengono abbandonate. Eppure, quando si parla di 'salvare' il Sud rurale, la soluzione proposta è raramente quella di accogliere stranieri disposti a investire e a vivere lì. La minaccia contro le famiglie israeliane della Valsesia rivela una contraddizione italiana: il paese vuole che i suoi villaggi rimangono vivi, ma non vuole che gli stranieri siano quelli a farli rivivere.

Ynet News ha riferito che il sindaco della Valsesia ha difeso i nuovi arrivati. Questa difesa è importante perché suggerisce che almeno alcune comunità locali hanno riconosciuto il valore economico e sociale dell'insediamento israeliano. Ma la lettera di minaccia indica che non tutti la pensano così. Il risentimento, in questi casi, è spesso radicato in fattori complessi: paura del cambiamento, gelosia economica, risentimento verso gli stranieri in generale, e forse anche antisemitismo.

La Valsesia è una valle nel nord-ovest dell'Italia, in Piemonte, attraversata dal fiume Sesia. Come molte valli alpine, ha subito negli ultimi decenni lo spopolamento tipico delle aree rurali italiane. I giovani se ne sono andati, gli anziani rimangono. Le aziende agricole e artigianali che un tempo sostenevano l'economia locale hanno chiuso o sono state ridimensionate. Le scuole hanno perso studenti. I negozi hanno abbassato le serrande.

In questo contesto di abbandono, decine di famiglie israeliane hanno deciso di trasferirsi nella Valsesia. Secondo Ynet News, hanno iniziato a investire, a ristrutturare case, a creare imprese. In altre parole, hanno fatto esattamente quello che i governi locali e nazionali dicono di volere: hanno rivitalizzato aree abbandonate, hanno creato posti di lavoro, hanno fermato lo spopolamento.

Eppure, domenica, il sindaco della Valsesia ha ricevuto una lettera di minaccia con un proiettile allegato. Il messaggio era chiaro e terrificante: 'Inizieremo a sparare'. Le autorità hanno aperto un'inchiesta, secondo Ynet News. Il sindaco ha difeso pubblicamente i nuovi arrivati, affermando che hanno rivitalizzato aree abbandonate. Ma la minaccia rimane: una dichiarazione di guerra contro una comunità che ha scelto di investire in una parte d'Italia che il resto del paese aveva già abbandonato.

Questa vicenda illumina una contraddizione profonda nel modo in cui l'Italia affronta la crisi demografica. Il paese ha una popolazione in invecchiamento e in declino. Secondo i dati ufficiali, la popolazione italiana è di circa 59 milioni e continua a diminuire. I giovani emigrano verso il Nord Europa, verso la Germania, verso la Svizzera, verso le città dove ci sono opportunità di lavoro e di crescita. I villaggi rurali si svuotano. Le regioni meridionali, come il Molise, soffrono in modo particolare: la popolazione molisana è scesa a poco più di 289 mila abitanti, da oltre 400 mila negli anni Sessanta.

Le conseguenze di questo spopolamento sono devastanti. Le scuole chiudono, i servizi pubblici si riducono, le infrastrutture si degradano, i giovani che rimangono non vedono futuro e se ne vanno a loro volta. È un ciclo vizioso che alimenta se stesso. Nel Molise, come in molte altre regioni del Sud, il risultato è un paesaggio di case abbandonate, di campi incolti, di strade vuote.

Eppure, quando si parla di 'salvare' questi villaggi, la soluzione proposta dall'Italia ufficiale non è mai quella di accogliere stranieri disposti a investire. Invece, il governo e i media parlano di 'pay-you-to-move-here' — programmi che pagano gli italiani perché si trasferiscano nei villaggi abbandonati. L'idea è che solo gli italiani possono rivitalizzare l'Italia. Gli stranieri, anche se disposti a investire e a creare posti di lavoro, sono visti come intrusi.

La minaccia contro le famiglie israeliane della Valsesia rivela questa mentalità. Non è una questione di economia: è una questione di identità. Il risentimento espresso nella lettera con proiettile è radicato nella paura che gli stranieri 'portino via' quello che appartiene agli italiani. Ma quale è esattamente quello che gli stranieri starebbero portando via? Delle case abbandonate? Dei campi incolti? Dei paesi mezzo vuoti? La logica è contraddittoria, ma il risentimento è reale.

Nel Molise, questo risentimento ha radici ancora più profonde. La regione ha una storia complessa di migrazione e di identità. Negli ultimi due secoli, milioni di molisani hanno emigrato verso le Americhe, verso il Nord Europa, verso il Nord Italia. Allo stesso tempo, il Molise ha ospitato comunità minoritarie — albanesi, croati — che si sono insediate nella regione nei secoli passati. Questi insediamenti hanno trasformato il paesaggio culturale del Molise, creando villaggi con tradizioni e lingue diverse.

Eppure, quando si parla di 'salvare' il Molise, la soluzione non è mai quella di accogliere nuove comunità straniere. Invece, il discorso dominante è quello della 'preservazione' della tradizione, della 'identità molisana'. Come se la tradizione fosse qualcosa di statico, di immutabile, e non il risultato di secoli di mescolanza e di cambiamento.

La lettera di minaccia contro le famiglie israeliane della Valsesia suggerisce che questo risentimento sta diventando più violento. Non è più solo una questione di retorica politica; è una questione di azioni concrete, di minacce, di violenza. Questo è allarmante non solo per le famiglie israeliane della Valsesia, ma per tutti gli stranieri che vivono in Italia e che stanno cercando di contribuire all'economia e alla società italiana.

Il sindaco della Valsesia ha fatto la cosa giusta difendendo pubblicamente i nuovi arrivati. Ha riconosciuto che queste famiglie hanno rivitalizzato aree abbandonate e hanno creato valore economico e sociale. Ma una difesa pubblica non è sufficiente a proteggere queste famiglie dalla violenza. È necessario che le autorità locali e nazionali prendano la minaccia sul serio, conducano un'inchiesta rigorosa, e mandino un messaggio chiaro: la violenza e le minacce contro gli stranieri non saranno tolerate.

Più ampiamente, l'Italia deve affrontare una domanda difficile: vuole veramente salvare i suoi villaggi abbandonati, o vuole semplicemente preservare un'immagine romantica di una ruralità che non esiste più? Se la risposta è la prima, allora deve essere disposta ad accogliere stranieri disposti a investire e a vivere in queste comunità. Se la risposta è la seconda, allora deve essere onesta nel dire che i villaggi abbandonati rimarranno abbandonati.

Nel Molise, dove la popolazione continua a diminuire e dove interi paesi rimangono mezzo vuoti, questa domanda è particolarmente urgente. La regione non può permettersi di rifiutare investimenti e insediamenti stranieri. Ha bisogno di persone — di chiunque sia disposto a venire — per fermare lo spopolamento e per rivitalizzare le comunità rurali. Ma finché il risentimento verso gli stranieri rimane forte, finché le minacce di violenza rimangono impunite, nessuno vorrà venire a vivere nel Molise, né nella Valsesia, né in nessun'altra parte dell'Italia rurale.

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