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CULTURA

Il Guardian porta i femminielli di Napoli nelle gallerie del mondo

Il fotografo Roman Manfredi racconta al Guardian i ritratti di chi vive fuori dal binarismo di genere: una tradizione napoletana che la stampa estera legge come avanguardia

Eleonora Vanzetti629 wordsEdition №139venerdì 9 ottobre 2026 — Edizione № 139

Il Guardian ha pubblicato questa settimana una galleria fotografica di Roman Manfredi dedicata ai femminielli napoletani, con ritratti intimi di abitanti che vivono al di fuori delle aspettative binarie di genere. Il fotografo ha spiegato alla testata britannica di essere stato «attratto dai femminielli» come soggetto, e di aver lavorato per restituirne la vita quotidiana invece dello stereotipo.

Per la stampa estera la vicenda non è una curiosità etnografica ma un caso culturale: una figura che in Italia ha una storia lunga e radicata nel tessuto popolare di Napoli, e che il mondo legge ora attraverso il lessico del gender contemporaneo.

La scelta del Guardian di dedicare una galleria — e non un semplice articolo — colloca il lavoro di Manfredi nel circuito internazionale della fotografia d'autore, dove il ritratto di comunità marginali è diventato un genere espositivo con un pubblico proprio.

Il termine femminiello è antico e napoletano, e indica persone nate maschi che assumono ruoli e abiti femminili all'interno della comunità. La stampa internazionale lo ha storicizzato in più occasioni, collegandolo a pratiche devozionali e a una visibilità sociale che in altre città italiane non ha avuto lo stesso spazio.

La galleria del Guardian non è il primo caso di attenzione estera su questo tema: negli anni il femminiello è entrato in mostre, documentari e studi accademici tradotti in inglese, dove viene spesso presentato come prova di una fluidità di genere precedente al dibattito contemporaneo.

Questo slittamento di lettura ha un effetto concreto sul mercato culturale. Le immagini che circolano su una testata come il Guardian alimentano mostre, festival di fotografia e pubblicazioni: per un autore italiano significa visibilità internazionale, e per Napoli significa entrare nei racconti sulla città attraverso un canale diverso da quello del turismo di massa.

La redazione Cultura de La Veduta osserva che il tema tocca direttamente il proprio ambito: fotografia, musei, festival. La galleria del Guardian è, di fatto, una recensione internazionale di un lavoro italiano, e come tale va letta anche nel quadro delle politiche espositive che i musei stranieri seguono quando cercano materiale sul Mediterraneo.

Va detto con prudenza: il Guardian presenta il lavoro come progetto fotografico e ritrattistico, senza fornire cifre su mostre imminenti o acquisti da parte di istituzioni. Ogni conseguenza espositiva oltre a quanto la testata riporta resta, al momento, non documentata.

Il contesto in cui la galleria appare non è neutro. La stampa britannica e americana segue da anni il modo in cui l'Italia affronta le questioni di genere, spesso con toni critici verso il quadro legislativo e sociale. Un servizio come questo si inserisce in quella cornice, e contribuisce a costruire l'immagine del paese all'estero.

Per la fotografia italiana la posta in gioco è duplice: da un lato la visibilità internazionale di un autore, dall'altro il rischio che la comunità fotografata venga ridotta a simbolo. Manfredi, secondo quanto riporta il Guardian, ha scelto la via del ritratto intimo, che è anche una posizione etica oltre che estetica.

Resta da vedere se il lavoro approderà in una mostra italiana o europea. Il Guardian non lo dice, e La Veduta non aggiunge nulla che la fonte non sostenga. Quello che è certo è che la galleria esiste, è pubblica, e da questa settimana circola nel circuito internazionale.

Per la redazione Cultura il caso è esemplare di un meccanismo ricorrente: un fenomeno radicato in una città italiana diventa argomento internazionale quando una testata straniera lo inquadra. La traduzione — linguistica e concettuale — avviene altrove, e poi torna indietro.

Il femminiello, in questa dinamica, è un caso di studio. La sua storia è napoletana e popolare; la sua ricezione oggi è globale e curatoriale. Tra i due piani c'è uno scarto che il giornalismo culturale ha il compito di descrivere senza appiattirlo né in folklore né in teoria.

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