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CAMPANIA

Venezia, De Angelis porta Napoli sul Lido: «Troppi stereotipi»

Il Guardian stronca il film del regista napoletano in concorso: «Natale surriscaldato che ribolle di cliché»

Rosaria Esposito1,180 wordsEdition110giovedì 10 settembre 2026 — Edizione № 110

Venezia, 9 settembre. Il concorso del Festival del cinema si è riempito di Napoli, ma non nel modo in cui la città vorrebbe. «The Fire Within You», il nuovo film di Edoardo De Angelis, porta sul Lido una madre furiosa che sale da Napoli per il pranzo di Natale, con un cappone in valigia. Il Guardian, nella sua recensione, non ha risparmiato le critiche: «Se esistesse un Leone d'oro per il film più italiano in concorso, andrebbe a De Angelis», scrive la testata britannica, liquidando l'opera come un dramma claustrofobico che «ribolle di troppi stereotipi».

La recensione del Guardian è il segnale di una tensione che Napoli conosce bene: ogni volta che la città finisce sotto i riflettori internazionali, il racconto oscilla tra l'ammirazione per la sua intensità e la condanna dei suoi cliché. Il giornale britannico riconosce a De Angelis un talento visivo, ma accusa il film di accumulare luoghi comuni su una famiglia napoletana «surriscaldata», tra urla, cucina e drammi domestici.

Per la Campania, la posta in gioco non è solo cinematografica. Il festival di Venezia è la vetrina attraverso cui il mondo guarda al Sud, e la critica straniera ha un peso che nessuna recensione italiana può eguagliare. Quando il Guardian scrive di «stereotipi», non parla solo di un film: parla di come Napoli viene raccontata, e di quanto quel racconto condizioni la percezione della città all'estero.

De Angelis non è un regista qualunque per Napoli. Il suo cinema ha sempre lavorato sui margini, sulle periferie, sulle contraddizioni del Mezzogiorno. Ma la recensione del Guardian suggerisce che, agli occhi della critica internazionale, il suo sguardo rischia di scivolare nel repertorio: la madre napoletana, il cibo, il rumore, il calore. Elementi reali, certo, ma che il mondo ha già visto e che rischia di scambiare per l'intera città.

La recensione del Guardian, pubblicata mercoledì 9 settembre, è costruita attorno a una domanda che il giornale pone con ironia: cosa potrebbe mai andare storto? La risposta, secondo il critico, è tutto. Il film mette in scena una madre che arriva da Napoli per le vacanze di Natale portando con sé un cappone, e da quel pretesto costruisce un dramma familiare claustrofobico. Il Guardian lo definisce «surriscaldato», un aggettivo che sembra voler dire: troppo pieno, troppo forte, troppo prevedibile.

Il punto non è se il film sia bello o brutto. Il punto è che la critica internazionale, quando parla di Napoli, tende a usare un vocabolario che Napoli conosce a memoria: calore, caos, famiglia, cibo, urla. Sono elementi che esistono, ma che da soli non raccontano una città di quasi tre milioni di abitanti, con un porto, un'industria aerospaziale, un'università, una scena culturale che va ben oltre il presepe domestico.

Venezia è il luogo dove questa tensione si amplifica. Il festival è da decenni la porta attraverso cui il cinema italiano — e in particolare quello del Sud — viene giudicato dal mondo. Un film napoletano in concorso non è mai solo un film: è una dichiarazione su cosa Napoli sia, o su cosa il mondo creda che sia. E quando il Guardian parla di «stereotipi», sta dicendo che quella dichiarazione, stavolta, non ha convinto.

C'è però un rovescio della medaglia. La stessa recensione riconosce al film una forza: la capacità di costruire una claustrofobia domestica che, per quanto stereotipata, resta efficace. Il Guardian non accusa De Angelis di non saper fare cinema, ma di scegliere un repertorio già noto. È una distinzione importante, perché suggerisce che il problema non è il talento del regista, ma il modo in cui il Sud viene confezionato per il pubblico internazionale.

Per la Campania, il festival di Venezia è anche un'occasione economica e culturale. La visibilità internazionale alimenta il turismo, le produzioni, l'industria cinematografica locale. Ma quella visibilità ha un prezzo: ogni volta che un film napoletano delude la critica estera, il racconto della città ne esce leggermente appannato. Non è un disastro, è un logoramento.

La critica del Guardian si inserisce in una tendenza più ampia. Negli ultimi anni, la stampa internazionale ha alternato entusiasmo e diffidenza verso il «rinascimento» di Napoli. Da una parte, il turismo in crescita, i riconoscimenti UNESCO, la scena gastronomica; dall'altra, il sospetto che il racconto della città resti prigioniero di un immaginario già consumato. Il film di De Angelis, in questo senso, è un caso di scuola.

Vale la pena notare che il Guardian non è l'unica testata a occuparsi del festival. Ma la sua recensione, per tono e autorevolezza, è quella che pesa di più nel dibattito internazionale. Quando un giornale britannico scrive che un film napoletano «ribolle di stereotipi», la frase rimbalza, entra nelle conversazioni, condiziona le aspettative del pubblico straniero.

De Angelis, dal canto suo, non ha ancora replicato pubblicamente alla recensione. Il film resta in concorso, e il verdetto della giuria è ancora aperto. Ma per Napoli, la lezione è chiara: essere raccontati dal mondo è un privilegio e una trappola. Ogni volta che la città sale su un palcoscenico internazionale, porta con sé il peso di un immaginario che non controlla.

C'è un aspetto che la recensione del Guardian tocca solo di sfuggita: il cappone. È un dettaglio apparentemente comico, ma significativo. Il cibo, a Napoli, è sempre un veicolo di identità. Portare un cappone da Napoli a Venezia, nel film, è un gesto che parla di famiglia, di tradizione, di radici. Ma è anche, agli occhi del critico straniero, l'ennesimo segnale che il Sud viene raccontato attraverso la tavola.

Questo non significa che il cibo non sia parte della cultura napoletana. Significa che, quando diventa l'unico linguaggio disponibile, il racconto si impoverisce. La pizza, la mozzarella, il ragù: sono patrimoni reali, ma non esauriscono una città che produce aerospaziale, che ha un porto tra i primi del Mediterraneo, che ospita una delle università più antiche d'Europa.

Il festival di Venezia, per la Campania, è anche un'occasione per riflettere su chi racconta la regione e per chi. De Angelis è napoletano, conosce la città dall'interno. Eppure la sua opera, secondo il Guardian, finisce per confermare ciò che il pubblico internazionale già si aspetta. È il paradosso del racconto locale che diventa globale: più si cerca l'autenticità, più si rischia di scivolare nel cliché.

Nei prossimi giorni, il dibattito sul film continuerà. Le recensioni delle altre testate straniere arriveranno, e il quadro si completerà. Per ora, resta la stroncatura del Guardian, che non è una condanna della città ma una messa in guardia: Napoli, quando sale sul palcoscenico del mondo, deve decidere se vuole essere vista o solo riconosciuta.

Per la redazione Campania de La Veduta, la questione è anche professionale. Raccontare il Sud significa resistere alla tentazione del repertorio, cercare le storie che il mondo non ha ancora consumato. Il film di De Angelis, qualunque sia il suo destino in concorso, lascia una domanda aperta: esiste un modo di portare Napoli sullo schermo internazionale senza che il mondo pensi di averla già vista?

La risposta, per ora, non c'è. Ma il fatto che il Guardian abbia sentito il bisogno di porre la questione è, di per sé, un segnale. Napoli è sotto osservazione, e l'osservazione è severa. La città, come sempre, dovrà rispondere con il lavoro, non con le parole.

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Venezia, De Angelis porta Napoli sul Lido: «Troppi stereotipi» — La Veduta