LIGURIA
Il divieto dei panini divide le spiagge: anche la Liguria si schiera
Dopo il caso del Lazio, i beach club italiani vietano i cibi da casa. Genova e la Riviera si dividono tra turismo di lusso e diritto al picnic
Marina Doria1,256 wordsEdition №45martedì 14 luglio 2026 — Edizione № 45
Un bambino che mangia un panino fatto in casa al beach club Il Tirreno di Montalto di Castro, sulla costa del Lazio, ha scatenato l'ultima ondata di proteste contro i divieti di cibo da casa imposte dai resort privati italiani. Il Guardian ha riferito il 11 luglio che le regole contro i pranzi al sacco stanno infuriando i clienti e dividendo le spiagge italiane tra chi paga per l'esclusività e chi rivendica il diritto alla vacanza a basso costo.
La controversia non è limitata al Lazio. Lungo la Riviera ligure, i beach club affrontano la stessa tensione tra il modello commerciale del lusso esclusivo e la tradizione italiana del mare come spazio pubblico. Genova, con la sua costa frazionata tra spiagge libere e private, è diventata un microcosmo di questo conflitto.
I beach club privati sostengono che i divieti sono necessari per mantenere standard igienici e proteggere l'esperienza del cliente pagante. Ma il rifiuto di lasciare entrare cibo da casa colpisce le famiglie a reddito medio e basso, che vedono il mare come un bene pubblico, non come una commodity di lusso.
Il Guardian ha raccontato il caso di Beatrice Bordo, seduta all'ombra di un ombrellone blu al beach club Il Tirreno, intenta a mangiare una fetta di pizza portata da casa. Una scena ordinaria per generazioni di italiani, diventata un atto di resistenza civile nei resort privati della costa.
Il divieto di cibi da casa non è nuovo nei beach club europei, ma in Italia assume una dimensione politica e culturale più ampia. La costa italiana, dalla Liguria alla Toscana, è stata per decenni uno spazio dove le classi medie potevano accedere al mare senza costi proibitivi. I beach club privati rappresentano una privatizzazione di quello spazio.
Lungo la Riviera ligure, da Camogli a Portovenere, il fenomeno è ancora contenuto rispetto al Lazio o alla Campania, ma sta crescendo. I beach club di Genova e della provincia hanno iniziato a introdurre regole simili negli ultimi due anni, attirando critiche dai residenti e dalle associazioni di tutela del diritto al mare.
La tensione riflette una più ampia trasformazione del turismo costiero italiano. La Liguria, che storicamente ha attratto un turismo di classe media, sta passando a un modello di lusso e esclusività. Questo è particolarmente evidente nella Riviera di Levante, dove i prezzi degli immobili e dei servizi sono triplicati negli ultimi dieci anni.
Le spiagge libere rimangono disponibili, ma sono sempre più affollate e meno servite. I parcheggi sono limitati, i servizi igienici scarseggiamo, e l'accesso a docce e ombrelloni è difficile. Questo spinge le famiglie verso i beach club privati, dove però incontrano regole che limitano la loro libertà di movimento e consumo.
Il Guardian ha sottolineato che il divieto dei panini rappresenta un simbolo di una più ampia esclusione economica. Non si tratta solo di cibo, ma di chi ha accesso al mare e a quali condizioni. Per le famiglie italiane, il mare è sempre stato uno spazio di libertà; i beach club privati lo trasformano in una commodity.
La Liguria ha una storia particolare con il mare. Per secoli, è stata una repubblica marinara; il mare è parte dell'identità collettiva. La privatizzazione delle spiagge è avvertita come una perdita culturale, non solo economica.
Alcuni beach club liguri hanno cercato di trovare un compromesso, permettendo ai clienti di portare cibo da casa ma imponendo tariffe di accesso più alte. Altri hanno mantenuto i divieti assoluti, creando una frattura tra chi può permettersi la membership annuale e chi no.
Le associazioni di consumatori liguri hanno iniziato a raccogliere dati sui divieti e sulle tariffe dei beach club. L'obiettivo è documentare se questi divieti violano norme sulla parità di accesso ai beni pubblici come le spiagge.
La questione ha raggiunto anche le amministrazioni comunali. Alcuni sindaci della costa ligure stanno valutando se introdurre ordinanze che vietino ai beach club privati di negare l'accesso a chi porta cibo da casa, sulla base del principio che la spiaggia rimane un bene pubblico anche se gestita da privati.
Il conflitto è destinato a intensificarsi durante l'estate. Mentre il caldo spinge più persone verso il mare, la disponibilità di spiagge libere e accessibili diminuisce. I beach club privati continueranno a espandere la loro presenza, e con essa i divieti e le restrizioni.
Per Genova e la Liguria, il dibattito sui panini è un termometro di una trasformazione più profonda: il passaggio da una costa inclusiva a una costa esclusiva. Se questa tendenza continua, il mare ligure cesserà di essere uno spazio pubblico e diventerà un privilegio di pochi.
