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OPINION

Il papa, l'intelligenza artificiale e il silenzio del mercato

La Redazione396 wordsEdition6sabato 6 giugno 2026 — Edizione № 6

Su Project Syndicate sono apparsi questa settimana due interventi dedicati alla prima enciclica di papa Leone XIV sull'intelligenza artificiale. Il primo, a firma di Antara Haldar, sostiene che il pontefice «ha posto una sfida diretta all'economia della Scuola di Chicago», rifiutando l'idea che i mercati siano arbitri sufficienti del futuro tecnologico dell'umanità. Il secondo, di Peter Singer, riconosce la lucidità dell'enciclica nel respingere l'utopismo tecnologico, ma la critica per il suo «quadro morale antropocentrico», che escluderebbe gli esseri senzienti non umani e — forse — le intelligenze artificiali. Due letture divergenti di uno stesso testo, entrambe pubblicate sulla medesima piattaforma: è già questo, in sé, un fatto degno di nota.

Sul Guardian, la commentatrice Arwa Mahdawi offre una prospettiva diversa e per certi versi più sorprendente. Scrive, testualmente, che «la Città del Vaticano ha sostituito la Silicon Valley come epicentro del pensiero dirompente». La frase è volutamente paradossale — una Chiesa «grondante d'oro», come lei stessa ammette, che diventa faro di chiarezza morale in un'epoca in cui i giganti tecnologici finanziano contratti militari e i loro fondatori gareggiano in ostentazione di potere. Mahdawi è esplicita: non è credente, eppure trova nel papa «una voce di chiarezza morale rara e rassicurante».

Per noi che osserviamo dall'Italia, questa convergenza di sguardi stranieri sul Vaticano ha un sapore particolare. La Santa Sede sorge dentro Roma, eppure la stampa internazionale la tratta spesso come un'istituzione separata dal paese che la ospita — quasi un'entità apolide, portatrice di un'autorità che non deve nulla alla geografia. In parte è così per ragioni giuridiche e storiche. Ma c'è anche qualcosa di più sottile: quando il mondo cerca in Italia una voce capace di parlare all'intera umanità, guarda quasi sempre oltre il Tevere, verso quella piccola enclave, e non verso il Parlamento o il governo della Repubblica.

La questione sollevata dall'enciclica — chi decide come la tecnologia plasma la società, e secondo quali valori — non riguarda soltanto la teologia. Riguarda la governance, il lavoro, la sorveglianza, la concentrazione del potere economico. Che sia un papa nato a Chicago, come ricorda Haldar, a porre questa domanda con la maggiore risonanza globale, dice qualcosa sull'attuale povertà di altri luoghi di elaborazione morale collettiva. Noi non prendiamo posizione sulla fede; prendiamo atto di un fatto giornalistico: questa settimana, il dibattito più seguito sul futuro dell'intelligenza artificiale si è svolto, almeno in parte, all'ombra di una cupola.

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