CALABRIA
Chimiche eterne in Piemonte, il processo che gli attivisti aspettano da anni
Due ex direttori di uno stabilimento del Nord Italia saranno giudicati il mese prossimo per disastro ambientale involontario, secondo The Local
Saverio Gallo689 wordsEdition №140sabato 10 ottobre 2026 — Edizione № 140
Due ex direttori di uno stabilimento industriale in Piemonte saranno processati il mese prossimo con l'accusa di disastro ambientale involontario. Lo riferisce The Local Italy, secondo cui il procedimento arriva dopo anni di mobilitazione degli attivisti locali contro la contaminazione da 'sostanze chimiche eterne'.
I PFAS — composti perfluorurati — sono sostanze persistenti che si accumulano nell'ambiente e nell'organismo e sono al centro di contenziosi in diversi paesi europei e negli Stati Uniti.
La notizia riguarda il Nord Italia, ma il tema della contaminazione industriale delle falde e dei terreni tocca aree del Mezzogiorno dove la vigilanza ambientale è storicamente più debole.
Il processo si aprirà il mese prossimo in Piemonte, secondo quanto riportato da The Local Italy. Gli imputati sono due ex direttori dello stabilimento, accusati di disastro ambientale involontario. La testata inglese in lingua italiana sottolinea che il procedimento è il risultato di anni di pressione da parte dei comitati locali, che chiedono da tempo un accertamento delle responsabilità.
Le 'sostanze chimiche eterne' — i PFAS — sono composti utilizzati in numerose lavorazioni industriali, dai rivestimenti antiaderenti ai materiali ignifughi. La loro caratteristica è la persistenza: non si degradano facilmente e si accumulano nel suolo, nelle falde e negli organismi viventi. Per questo sono oggetto di regolamentazione crescente nell'Unione europea e di cause giudiziarie in diversi stati membri.
Il caso italiano si inserisce in un quadro europeo più ampio. Negli ultimi anni paesi come Belgio, Paesi Bassi e Germania hanno affrontato scandali analoghi, con bonifiche costose e contenziosi lunghi. La stampa internazionale segue questi casi perché mettono in tensione il rapporto tra produzione industriale, occupazione e salute pubblica.
Per la Calabria il collegamento non è diretto, ma il tema è noto. La regione ha alle spalle decenni di contenziosi ambientali — discariche, impianti chimici dismessi, bonifiche mai completate — dove la distanza tra la denuncia e l'accertamento giudiziario è stata spesso misurabile in decenni. Il processo piemontese offre un precedente che interessa chiunque segua queste vicende nel Sud.
La differenza tra Nord e Sud, in questi casi, sta nelle risorse. Le aree industriali del Nord hanno strutture tecniche, agenzie regionali e università in grado di produrre dati scientifici utilizzabili in tribunale. Nel Mezzogiorno la capacità di monitoraggio è più frammentata, e questo rende più difficile costruire un fascicolo probatorio solido prima che il danno si consolidi.
Le associazioni ambientaliste citate da The Local Italy sperano che il processo funzioni da deterrente. L'idea, secondo la testata, è che una condanna per disastro ambientale involontario possa spingere le aziende a investire in prevenzione invece di contare sulla lentezza dei procedimenti.
Va detto che l'esito è incerto. Il reato di disastro ambientale involontario richiede la dimostrazione del nesso tra le condotte dei dirigenti e il danno verificatosi, un passaggio tecnicamente complesso. La stampa estera non anticipa le posizioni della difesa, né indica quali siano le richieste delle parti civili.
Sul piano europeo, la Commissione ha lavorato a restrizioni progressiva dei PFAS, con un dibattito acceso tra chi chiede il divieto generalizzato e chi teme conseguenze per interi comparti manifatturieri. L'Italia, con un tessuto industriale diffuso e una forte presenza chimica nel Nord, è tra i paesi più esposti a questo compromesso.
Il processo piemontese sarà seguito anche fuori dall'Italia perché arriva in un momento in cui la questione PFAS è entrata nelle agende politiche nazionali di diversi stati membri. Una sentenza di condanna avrebbe un valore simbolico superiore al caso specifico; un'assoluzione sarebbe letta come conferma della difficoltà di perseguire questi reati.
Per le comunità del Sud che convivono con siti contaminati, la lezione riguarda soprattutto i tempi. La mobilitazione piemontese è durata anni prima di arrivare a un'aula di tribunale, e il processo non coincide con la bonifica, che resta un percorso separato e spesso più lungo. È il motivo per cui gli attivisti parlano di un punto di partenza, non di una conclusione.
Resta aperta la questione di chi paga il risanamento. In casi analoghi in Europa i costi sono stati ripartiti tra aziende, fondi pubblici e, in alcuni casi, contenziosi civili promossi dai residenti. The Local Italy non fornisce dettagli sulle richieste economiche avanzate nel procedimento italiano.
