CULTURA
Il Guardian si chiede se l'opera può vivere sullo schermo
A 75 anni da Amahl di Menotti, il dibattito sul cinema d'opera riparte dalle sale e dalle televisioni
Eleonora Vanzetti880 wordsEdition №158giovedì 22 ottobre 2026 — Edizione № 158
Il Guardian ha dedicato un articolo alla questione se l'opera possa funzionare quando passa dallo schermo televisivo o cinematografico, prendendo spunto dal 75° anniversario di Amahl e i visitatori notturni di Gian Carlo Menotti, che secondo il giornale attirò cinque milioni di spettatori. Il pezzo non è una celebrazione: è una riflessione critica su cosa si guadagna e cosa si perde quando il teatro lirico diventa immagine.
L'articolo ricorda che i compositori hanno sfruttato televisione e cinema da decenni, e cita la satira della Kombat Opera come esempio di come il mezzo possa essere usato bene. È un'indicazione di metodo più che di gusto: il problema non è la trasmissione in sé, ma la consapevolezza registica con cui la si affronta.
Per la redazione Cultura la domanda ha un peso particolare, perché l'Italia è il paese dove l'opera è nata e dove il pubblico straniero continua a cercarla. La stampa internazionale che segue la lirica italiana torna spesso sul tema della accessibilità: chi non può permettersi un biglietto a teatro, o non vive vicino a un grande teatro, conosce l'opera soprattutto attraverso lo schermo.
Il Guardian costruisce il pezzo intorno a una data precisa: il 75° anniversario della prima di Amahl e i visitatori notturni, l'opera per la televisione di Gian Carlo Menotti. Secondo il giornale quel lavoro attirò cinque milioni di spettatori, un numero che ancora oggi viene citato come prova che il piccolo schermo può portare la lirica a un pubblico vastissimo.
La tesi dell'articolo, però, non è che tutto ciò che passa sullo schermo funzioni. Il Guardian insiste sul fatto che i compositori hanno usato televisione e cinema da decenni, e che la differenza la fa la qualità della scrittura per il mezzo. La satira della Kombat Opera viene indicata come esempio riuscito, proprio perché non si limita a filmare un palcoscenico ma pensa in termini di immagini.
È un punto che riguarda da vicino il modo in cui l'opera italiana viene presentata fuori dai teatri. Le grandi produzioni liriche italiane sono da anni oggetto di riprese e trasmissioni internazionali, e la critica straniera valuta spesso la regia televisiva o cinematografica con lo stesso rigore della messa in scena. Il dibattito del Guardian si inserisce in questa tradizione di giudizio.
L'articolo non nomina teatri o festival italiani specifici, e questo va detto con chiarezza: il pezzo è una riflessione generale sul mezzo, non un reportage da Roma o da Milano. La redazione Cultura lo legge comunque come un promemoria per il sistema italiano, che vive di un paradosso noto alla stampa estera: un patrimonio lirico enorme e un pubblico dal vivo che invecchia e si concentra in poche città.
Il tema della accessibilità è ricorrente nella copertura internazionale della cultura italiana. Le testate straniere che seguono la stagione lirica parlano spesso di prezzi, di code, di turismo culturale e di trasmissioni che permettono a chi è lontano di seguire gli spettacoli. Il pezzo del Guardian aggiunge a questo quadro una domanda di linguaggio: la ripresa è un servizio o è una forma d'arte autonoma?
La risposta che il giornale suggerisce è intermedia. La televisione e il cinema possono funzionare quando chi li usa accetta le regole del mezzo, invece di trattarlo come una vetrina neutra. La Kombat Opera viene citata proprio per la sua capacità di usare la satira e il montaggio, cioè strumenti che il teatro dal vivo non possiede.
Per un paese come l'Italia, dove l'opera è anche un'industria turistica, la questione ha un risvolto pratico. Le riprese e le trasmissioni internazionali alimentano l'interesse del pubblico straniero, che poi decide di venire a vedere dal vivo. La stampa estera che si occupa di lirica lo nota spesso: la fruizione digitale non sostituisce il teatro, ma ne prepara il pubblico.
Il Guardian non trae conclusioni sul caso italiano, e la redazione non intende attribuirgliele. Il pezzo resta una riflessione sul mezzo, utile perché riporta il dibattito a una domanda semplice: che cosa si perde quando l'opera diventa immagine? La risposta, secondo il giornale, dipende da chi dirige e da come si scrive per lo schermo.
C'è poi un aspetto generazionale che l'articolo lascia sullo sfondo ma che la redazione Cultura ritiene centrale. Il pubblico giovane che si avvicina alla lirica lo fa spesso attraverso video, registrazioni e piattaforme. Se il mezzo è usato male, l'effetto è respingente; se è usato bene, può diventare una porta d'ingresso.
Il 75° anniversario di Menotti serve al Guardian proprio a ricordare che questa porta è aperta da tempo. Non si tratta di una novità tecnologica, ma di una pratica consolidata che ogni generazione riscopre. La satira della Kombat Opera è l'esempio più recente citato dal giornale, e indica che il filone è ancora vivo.
Per i teatri italiani la lezione è duplice. Da un lato, la trasmissione allarga il pubblico; dall'altro, richiede competenze registiche che non sempre il teatro possiede. La stampa estera che segue la lirica italiana ha spesso notato questa tensione tra eccellenza musicale e debolezza nella comunicazione visiva.
Il pezzo del Guardian non è una stroncatura né un elogio. È una riflessione critica che invita a prendere sul serio il mezzo, e in questo senso è utile anche a chi, in Italia, lavora alla ripresa degli spettacoli. La domanda che resta aperta è la stessa del titolo: l'opera sullo schermo può mai funzionare? La risposta del giornale è che può, a condizione di non trattare lo schermo come un palcoscenico qualunque.
