SICILIA
Quattro braccianti bruciati vivi in Calabria: lo sfruttamento migrante raggiunge l'omicidio
Il video della strage in una stazione di servizio rivela il sistema criminale che controlla il lavoro agricolo nel Sud. La Sicilia conosce bene questa economia parallela.
Concetta Vassallo1,487 wordsEdition №10martedì 9 giugno 2026 — Edizione № 10
Quattro lavoratori migranti sono stati bruciati vivi in una stazione di servizio in Calabria, secondo quanto riferito da NBC News il 4 giugno. Il video della strage, diffuso dalle autorità, mostra due persone che versano carburante su un furgone e bloccano le porte mentre il veicolo e i suoi passeggeri bruciano. La Procura italiana ha etichettato l'evento come «massacro». Il Primo Ministro Georgia Meloni ha dichiarato che «l'orribile omicidio dei quattro braccianti agricoli in Calabria ha scioccato tutti noi».
Il crimine espone un sistema criminale radicato nel lavoro agricolo italiano. Secondo NBC News, i braccianti migranti sono sottoposti a un controllo sistematico da parte di «caporali» — intermediari che gestiscono il reclutamento, gli orari e i salari, spesso trattenendo i documenti e imponendo debiti impossibili da ripagare. Questo modello di sfruttamento non è nuovo nel Mezzogiorno, ma la violenza letale segna un'escalation.
In Sicilia, il fenomeno del caporalato agricolo è radicato da decenni. Le campagne della provincia di Ragusa e Agrigento, tra le più produttive d'Italia per pomodori e agrumi, dipendono da migliaia di braccianti stranieri — molti provenienti dall'Africa subsahariana e dall'Asia meridionale — che vivono in insediamenti informali e guadagnano salari inferiori al minimo legale. La Sicilia è insieme porta d'ingresso e territorio di sfruttamento: i migranti che sbarcano a Lampedusa o Pozzallo spesso finiscono nei campi prima ancora di ottenere lo status legale.
