CULTURA
Queer Edward II a Venezia: il testamento ironico di Jarman
Il documentario girato sul set del film regale queer mostra un regista che trasforma la malattia in arte
Eleonora Vanzetti856 wordsEdition №105sabato 5 settembre 2026 — Edizione № 105
Alla 83esima Mostra del cinema di Venezia, il documentario 'Queer Edward II' offre al pubblico un raro sguardo sul processo creativo di Derek Jarman, il regista britannico morto nel 1994. Secondo la recensione del Guardian, il film è stato girato durante la lavorazione del suo 'Edward II' del 1991, una rilettura queer del dramma di Christopher Marlowe, mentre Jarman conviveva con l'HIV e stava perdendo la vista.
Il Guardian definisce il documentario un "time capsule" divertente e toccante, un materiale sincero che cattura l'energia irriverente del regista. Le scene includono momenti esilaranti durante le prove con Cliff Richard, che rivelano un lato inedito e giocoso di un artista spesso considerato austero e militante.
Per la redazione Cultura, la presenza di questo film a Venezia non è solo un omaggio a un maestro del cinema indipendente britannico. È anche il riconoscimento di un'estetica — quella di Jarman, fatta di sperimentazione, collage e militanza — che ha profondamente influenzato generazioni di artisti e registi, anche in Italia, dove il suo cinema è stato distribuito e discusso a partire dagli anni Ottanta.
Il documentario, di cui il Guardian non indica il regista nella recensione, si concentra sul dietro le quinte di 'Edward II', il film con cui Jarman vinse il premio per la migliore regia alla Mostra di Venezia nel 1991. Quella vittoria rappresentò un momento di svolta per il regista, che fino ad allora aveva lavorato ai margini dell'industria cinematografica britannica, spesso finanziando i propri film con produzioni musicali e video d'arte.
La scelta di presentare 'Queer Edward II' a Venezia assume un valore simbolico particolare. È nello stesso Palazzo del Cinema che, 35 anni fa, Jarman salì sul palco per ritirare il Leone d'argento, in un'epoca in cui parlare apertamente di HIV e di desiderio queer al cinema era ancora considerato un atto di coraggio. Il Guardian ricorda che il film fu accolto all'epoca come una provocazione, ma oggi è considerato un classico del cinema queer.
Il materiale documentario, secondo la recensione, include scene di vita quotidiana sul set, interviste e momenti di pura improvvisazione. Il Guardian sottolinea la "sincerità" del ritratto: Jarman non appare come una figura monumentale, ma come un uomo che, nonostante la malattia, continua a lavorare con ironia e leggerezza. Le sequenze con Cliff Richard, descritte come "esilaranti", mostrano il regista alle prese con un'icona pop degli anni Sessanta, in un contrasto che Jarman stesso sembrava divertito a esplorare.
La figura di Jarman è stata a lungo centrale nel dibattito culturale europeo sull'AIDS e sulla rappresentazione della malattia. Il suo film 'Blue' (1993), girato interamente su uno schermo blu mentre il regista era ormai quasi cieco, è considerato un'opera fondamentale del cinema sperimentale. La critica internazionale, come emerge dalla copertura del festival, continua a misurarsi con la sua eredità, e documentari come 'Queer Edward II' contribuiscono a mantenerne viva la memoria.
Per il pubblico italiano, la presenza di questo film a Venezia arriva in un momento di rinnovato interesse per il cinema queer e per le biografie degli artisti che hanno vissuto l'epidemia di AIDS. Negli ultimi anni, diverse retrospettive in musei e cineteche italiane hanno riproposto l'opera di Jarman, e il suo linguaggio visivo — fatto di riferimenti classici e iconografia pop — continua a essere citato da registi e artisti contemporanei.
Il Guardian osserva che il documentario funziona anche come documento storico: mostra un set cinematografico degli anni Novanta, con le sue gerarchie, le sue amicizie e le sue tensioni. In un'epoca in cui il cinema indipendente britannico stava vivendo una stagione di grande creatività, Jarman rappresentava un'alternativa radicale al mainstream, e 'Queer Edward II' cattura quella differenza.
La Mostra di Venezia, che quest'anno ha dedicato ampio spazio a opere che riflettono sul rapporto tra cinema, memoria e identità, sembra il contesto ideale per questa riscoperta. La recensione del Guardian, pubblicata il 4 settembre, si inserisce in un dibattito più ampio sulla funzione dei documentari d'archivio nel preservare la storia del cinema e nel renderla accessibile alle nuove generazioni di spettatori.
Resta da vedere se 'Queer Edward II' troverà una distribuzione italiana dopo il passaggio in laguna. La storia del cinema queer in Italia è fatta di circuiti indipendenti, festival specializzati e cineforum, e la speranza di molti è che un'opera così importante possa raggiungere un pubblico più ampio, magari attraverso le piattaforme di streaming che negli ultimi anni hanno ampliato il catalogo di film d'autore e documentari.
Nel frattempo, la critica internazionale continua a sottolineare l'attualità del messaggio di Jarman. Il suo rifiuto di separare l'arte dalla militanza, la sua capacità di trasformare la sofferenza in bellezza, e il suo sguardo ironico sulle convenzioni sociali risuonano con particolare forza in un'epoca in cui i diritti delle persone LGBTQ+ sono ancora oggetto di dibattito in molti paesi, inclusa l'Italia.
Il Guardian conclude la sua recensione notando che il documentario, pur nella sua natura frammentaria e di archivio, riesce a trasmettere la gioia creativa di un uomo che non si è mai arreso. È questa energia vitale, più ancora della sua opera finita, che 'Queer Edward II' restituisce al pubblico di Venezia e, attraverso la copertura internazionale del festival, al mondo intero.
