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ABRUZZO

Condannati tre agenti egiziani per Regeni: l'Italia e il prezzo della verità

Al Jazeera e il New York Times riferiscono la sentenza in contumacia a dieci anni; per un paese che ha conosciuto il dolore collettivo, la giustizia lenta è una questione familiare

Marco Di Sante847 wordsEdition №130martedì 29 settembre 2026 — Edizione № 130

Un tribunale italiano ha condannato in contumacia tre agenti egiziani a dieci anni di reclusione per il sequestro mortale di Giulio Regeni, lo studioso di Cambridge scomparso al Cairo nel 2016. Lo riferiscono Al Jazeera e il New York Times.

Il verdetto arriva dopo un decennio di sforzi in Italia per far luce sull'uccisione del ricercatore, scrive il New York Times. La sentenza è in contumacia, perché gli imputati non sono mai comparsi davanti ai giudici italiani.

Per l'Abruzzo, regione che ha imparato a convivere con le attese lunghe della giustizia dopo il terremoto del 2009, la notizia pone una domanda familiare: cosa significa ottenere una verità giudiziaria quando chi è accusato resta fuori portata.

Al Jazeera e il New York Times concordano sul quadro essenziale: una condanna formale, un processo celebrato in assenza, e un caso che l'Italia ha inseguito per anni senza riuscire a portare gli imputati in aula.

Un tribunale italiano ha condannato in contumacia tre agenti egiziani a dieci anni di reclusione per il sequestro mortale di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso al Cairo nel 2016. La notizia è riportata da Al Jazeera e dal New York Times, che parlano di una condanna emessa in assenza degli imputati.

Secondo il New York Times, il verdetto è arrivato dopo un decennio di sforzi in Italia per far luce sull'uccisione dello studioso, che conduceva ricerche sui sindacati egiziani ed era iscritto all'Università di Cambridge. Al Jazeera riferisce che gli imputati sono stati condannati in contumacia a dieci anni di reclusione.

Entrambe le testate inquadrano la vicenda come l'esito di un percorso giudiziario lungo e complesso, segnato da ostacoli nella cooperazione con le autorità egiziane. La sentenza rappresenta un punto di arrivo formale, non la consegna degli imputati alla giustizia italiana.

Il caso Regeni ha occupato per anni la diplomazia italiana e la stampa internazionale, e ha posto ripetutamente la questione del rapporto tra Roma e Il Cairo. Al Jazeera descrive la vicenda come quella di uno studioso di Cambridge sequestrato e ucciso, mentre il New York Times sottolinea la durata degli sforzi investigativi italiani.

Per una redazione che scrive dall'Appennino, la notizia tocca una corda riconoscibile. L'Abruzzo ha vissuto sulla propria pelle il divario tra il dolore immediato di un evento e la lentezza delle risposte istituzionali: nel caso aquilano, tra la notte del 2009 e i processi che ne sono seguiti.

Anche lì la giustizia ha richiesto anni, e anche lì la domanda non era soltanto tecnica ma morale: chi risponde di una perdita, e con quale tempestività. La differenza è che nel caso Regeni gli imputati sono fuori dal paese e la condanna resta, per ora, sulla carta.

Questo è un punto che la stampa estera mette in evidenza senza giri di parole: una condanna in contumacia non equivale a una pena eseguita. Il New York Times parla esplicitamente di un decennio di sforzi, lasciando intendere quanto sia stato difficile arrivare persino a questo risultato.

La vicenda solleva poi una questione più ampia, che riguarda l'Italia nel suo insieme e non solo la sua diplomazia: quanto peso ha la ricerca della verità quando entra in collisione con interessi economici e strategici verso un paese terzo. È un tema che la copertura internazionale affronta da anni.

Per l'Abruzzo, terra di emigrazione e di rientri difficili, il caso Regeni richiama anche un'altra dimensione: quella dei giovani italiani che vanno all'estero per studiare e lavorare. Regeni era uno di loro, e la sua storia ha reso visibile una condizione comune a molte famiglie della regione.

La sentenza non chiude il caso sul piano pratico, ma ne fissa una tappa. Al Jazeera e il New York Times la trattano come tale: un passaggio giudiziario rilevante, non una conclusione. Nessuna delle due testate riferisce di un'esecuzione della pena né di una collaborazione egiziana.

Resta da vedere quali saranno le conseguenze diplomatiche. Le due testate non le anticipano, e La Veduta non le inventa. Quel che è certo, secondo quanto riportato, è che il verdetto segna il punto più avanzato raggiunto dalla giustizia italiana in un caso che dura da un decennio.

Per i lettori dell'Appennino, la lezione è quella che una regione sismica conosce bene: la giustizia formale e la giustizia sostanziale non coincidono, e la distanza tra le due è spesso fatta di tempo, di politica e di rapporti di forza internazionali.

Lo stesso vale per la ricostruzione aquilana, dove le sentenze si sono succedute mentre i cantieri avanzavano a fatica. In entrambi i casi, la memoria pubblica ha tenuto insieme ciò che le procedure separavano: il nome delle vittime e la ricerca delle responsabilità.

Il caso Regeni continuerà probabilmente a essere seguito dalla stampa internazionale, che vi ha dedicato attenzione costante negli anni. La sentenza di contumacia offre ora un nuovo capitolo da raccontare, ma non l'ultimo.

Per una redazione di montagna, abituata a misurare i tempi lunghi — quelli di una foresta che ricresce, di un paese che si spopola, di una città che si ricostruisce — la vicenda ha un sapore familiare. La verità arriva, ma arriva tardi, e quasi mai da sola.

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