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LAZIO

Il verdetto Regeni: tre agenti egiziani condannati a Roma

Un tribunale italiano ha condannato in contumacia tre funzionari del Cairo per il rapimento del 2016. La Farnesina chiede giustizia, l'Egitto non risponde

Davide Ruspoli890 wordsEdition №130martedì 29 settembre 2026 — Edizione № 130

Un tribunale italiano ha condannato in contumacia tre agenti egiziani a dieci anni di reclusione per il rapimento e la morte di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso al Cairo nel gennaio 2016 e trovato morto con segni di tortura nove giorni dopo. Lo hanno riferito Al Jazeera e il New York Times, che parlano del primo verdetto in un caso che in Italia ha occupato un decennio di inchieste, pressioni diplomatiche e polemiche.

Secondo il New York Times, la sentenza arriva dopo dieci anni di sforzi investigativi italiani per far luce sull'uccisione dello studioso, allora dottorando a Cambridge impegnato in una ricerca sui sindacati egiziani. Al Jazeera precisa che gli imputati sono stati giudicati in contumacia: nessuno di loro si è presentato in aula, e il Cairo non ha mai collaborato formalmente con la magistratura italiana.

Il caso è diventato, nella stampa internazionale, il banco di prova dei rapporti tra Roma e Il Cairo: gli investigatori egiziani sostennero versioni contraddittorie, mentre l'Italia richiamò il proprio ambasciatore e poi negoziò il ritorno. Il verdetto di lunedì chiude una fase giudiziaria, ma non il nodo politico: una condanna in contumacia non è eseguibile in Egitto e resta una decisione simbolica.

Per Roma, dove il caso è seguito dall'aula di un tribunale a pochi chilometri dai palazzi del governo, la sentenza ha un peso che va oltre il diritto. La capitale è la sede dell'inchiesta e il luogo dove la famiglia Regeni e i comitati hanno tenuto per anni la pressione pubblica. Nessuna testata italiana viene citata in questa ricostruzione: il quadro è quello dei corrispondenti esteri.

Un tribunale italiano ha condannato in contumacia tre agenti egiziani a dieci anni di reclusione per il rapimento e la morte di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso al Cairo nel gennaio 2016 e trovato cadavere con segni di tortura nove giorni dopo. Lo riferiscono Al Jazeera e il New York Times, secondo cui il verdetto arriva dopo un decennio di sforzi italiani per far luce sul caso.

Il New York Times scrive che Giulio Regeni era un ricercatore italiano, dottorando a Cambridge, impegnato in una ricerca sui sindacati egiziani quando fu fermato e fatto sparire nella capitale egiziana. Al Jazeera precisa che la condanna è stata emessa in contumacia: gli imputati, tutti funzionari dei servizi egiziani, non si sono mai presentati davanti ai giudici italiani e il Cairo non ha mai consegnato i propri uomini alla giustizia italiana.

Il caso, nella copertura internazionale, è la storia di un contenzioso diplomatico prima che giudiziario. Dopo la morte di Regeni, l'Italia richiamò il proprio ambasciatore dal Cairo e il Parlamento discusse a lungo come reagire: la stampa estera racconta un braccio di ferro tra la necessità di mantenere i rapporti con un partner mediterraneo chiave sul fronte migratorio e l'energia e la richiesta di verità che venivano dall'opinione pubblica italiana.

Reuters e altre agenzie hanno seguito per anni il calendario delle udienze a Roma, dove il processo si è celebrato a porte aperte e con ampia presenza di cronisti stranieri. Il verdetto di lunedì è il primo a stabilire una responsabilità penale individuale, ma la contumacia ne limita l'efficacia: una condanna emessa in assenza degli imputati non è eseguibile in Egitto senza un trattato o una collaborazione che finora non c'è stata.

La sentenza tocca direttamente la capitale. Roma è la sede del tribunale che ha giudicato, dei ministeri che hanno gestito il dossier e delle ambasciate coinvolte. Il caso Regeni è stato, per dieci anni, una presenza ricorrente nel dibattito pubblico romano: presidi davanti a Montecitorio, veglie, interrogazioni parlamentari, e un rapporto continuo tra la magistratura inquirente e la Farnesina.

Per il governo italiano, la condanna crea un problema di gestione diplomatica. Da un lato conferma la linea della fermezza e il lavoro della magistratura; dall'altro riapre la questione di come ottenere l'esecuzione della pena o almeno una forma di collaborazione egiziana. Le cancellerie europee osservano con attenzione come Roma gestirà il rapporto con Il Cairo dopo una sentenza che, formalmente, accusa funzionari dello Stato egiziano.

La stampa internazionale sottolinea un elemento di contesto: l'Egitto è un partner rilevante per l'Italia e per l'Unione europea nella gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo e negli equilibri energetici. Questo spiega perché, per anni, la vicenda Regeni sia stata trattata con cautela dai governi che si sono succeduti, senza che la cautela abbia mai spento la richiesta di giustizia.

Al Jazeera e il New York Times non riportano reazioni ufficiali egiziane alla sentenza. La mancata risposta del Cairo è, in sé, un dato che i corrispondenti stranieri registrano: nessuna dichiarazione, nessuna apertura, nessuna indicazione su un eventuale appello o su un riconoscimento del verdetto italiano.

Cosa accade ora è, secondo le fonti internazionali, soprattutto una questione politica. La condanna entra nel fascicolo dei rapporti bilaterali e nelle valutazioni che l'Italia porta nei consessi europei. Non è previsto, stando alla copertura disponibile, un'esecuzione immediata della pena né un'estradizione: gli imputati restano in Egitto e il verdetto resta, per ora, un atto simbolico e giuridicamente pesante ma non applicabile.

Per la redazione romana, il punto non è il clamore del giorno ma la tenuta di un principio: che un processo italiano abbia accertato responsabilità per la morte di un cittadino italiano all'estero. È il tipo di affermazione che, nella lettura delle cancellerie straniere, definisce come l'Italia intende difendere i propri cittadini quando lo Stato ospite non collabora.

La città, intanto, continua a seguire il caso come lo ha seguito per dieci anni: attraverso i giornali stranieri che da Roma hanno raccontato ogni udienza, e attraverso un dibattito pubblico che non si è mai chiuso. Il verdetto di lunedì aggiunge un capitolo, non un punto finale.

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