CALABRIA
Dieci anni per il rapimento Regeni: tre agenti egiziani condannati in contumacia
Il tribunale italiano chiude il caso aperto nel 2016 al Cairo. Al Jazeera e il New York Times raccontano un verdetto che l'Egitto non ha mai voluto.
Saverio Gallo902 wordsEdition №130martedì 29 settembre 2026 — Edizione № 130
Un tribunale italiano ha condannato in contumacia tre agenti egiziani a dieci anni di reclusione per il rapimento di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso al Cairo nel 2016 e trovato morto giorni dopo. Lo riferiscono Al Jazeera e il New York Times, che parlano di un verdetto arrivato dopo quasi un decennio di sforzi investigativi in Italia.
Secondo Al Jazeera, gli imputati sono stati giudicati assenti dal processo. Il New York Times scrive che il verdetto chiude una vicenda che per anni ha pesato sui rapporti tra Roma e Il Cairo, senza che l'Egitto abbia mai consegnato i suoi agenti alla giustizia italiana.
Regeni era uno studioso di Cambridge che conduceva ricerche sui sindacati indipendenti egiziani. La sua scomparsa, nel gennaio 2016, e il corpo ritrovato con segni di torture, divennero un caso diplomatico che la stampa internazionale ha seguito per anni.
La condanna non produce effetti pratici immediati: i tre non sono mai comparsi in aula e non saranno consegnati. Il valore del verdetto è politico e simbolico, e riguarda il modo in cui l'Italia ha scelto di tenere aperto un caso che l'Egitto considerava chiuso.
Un tribunale italiano ha condannato in contumacia tre agenti egiziani a dieci anni di reclusione per il rapimento di Giulio Regeni, il ricercatore italiano scomparso al Cairo nel gennaio 2016 e trovato morto nove giorni dopo. Il verdetto è arrivato lunedì, secondo quanto riferiscono Al Jazeera e il New York Times, dopo quasi un decennio di indagini condotte in Italia.
Al Jazeera precisa che gli imputati sono stati giudicati in loro assenza. Il New York Times ricostruisce che si tratta del primo verdetto in un processo penale italiano legato alla morte di Regeni, e che arriva dopo anni in cui l'Egitto ha rifiutato di collaborare consegnando i propri agenti alla giustizia italiana.
Regeni era un dottorando dell'Università di Cambridge. Conduceva ricerche sui sindacati indipendenti egiziani, un tema che in Egitto resta sorvegliato. Scomparve il 25 gennaio 2016, nel giorno del quinto anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir; il corpo fu ritrovato ai margini del Cairo con evidenti segni di torture. La vicenda divenne rapidamente un caso diplomatico tra Roma e Il Cairo, seguito con continuità dalla stampa internazionale.
Il processo si è svolto interamente in Italia, in contumacia, perché l'Egitto non ha mai estradato gli imputati né ha permesso che fossero interrogati dalle autorità italiane. Le condanne a dieci anni restano quindi sulla carta: non esistono strumenti concreti per eseguirle finché i tre restano in Egitto.
Il valore del verdetto è soprattutto politico. Secondo il New York Times, il caso ha rappresentato per anni un punto di attrito nei rapporti bilaterali, con l'Italia che ha chiesto più volte una collaborazione che non è arrivata. La sentenza fissa una verità giudiziaria italiana che l'Egitto non riconosce.
Al Jazeera sottolinea che la decisione arriva in un momento in cui l'Italia cerca di mantenere un equilibrio tra gli interessi economici e commerciali nel Mediterraneo e la tutela dei propri cittadini all'estero. L'Egitto è un partner rilevante per Roma su energia, migrazioni e sicurezza.
Per la Calabria, questa vicenda non ha un legame diretto con i fatti locali: Regeni non era calabrese e il processo si è tenuto altrove. Ma il caso tocca un tema che la regione conosce bene, quello dei rapporti tra l'Italia e il Mediterraneo meridionale, dove si intrecciano cooperazione sulle migrazioni, traffici e interessi economici.
Il porto di Gioia Tauro, il principale scalo container del Mediterraneo, è da anni al centro di inchieste internazionali sui traffici illeciti che attraversano il Canale di Suez e il Mediterraneo orientale. La stessa rotta che collega l'Egitto all'Europa passa dalle acque che la Calabria guarda dalla sua costa tirrenica.
La condanna dei tre agenti non cambia questi equilibri, ma ricorda che la giustizia italiana può arrivare a una sentenza anche quando lo Stato straniero coinvolto non collabora. È un precedente che la stampa estera ha seguito con attenzione, perché riguarda il modo in cui un paese europeo gestisce un caso di diritti umani con un partner del Mediterraneo.
Il New York Times ricorda che per la famiglia Regeni la sentenza rappresenta un riconoscimento, ma non la fine della vicenda. Restano senza risposta le domande su chi abbia ordinato il rapimento e sulle responsabilità più ampie dentro l'apparato egiziano.
Al Jazeera rileva che l'Egitto non ha commentato ufficialmente il verdetto. Il silenzio del Cairo era atteso: per anni le autorità egiziane hanno respinto le conclusioni delle indagini italiane, sostenendo che Regeni fosse vittima di un episodio di criminalità comune, una tesi che gli inquirenti italiani hanno sempre escluso.
Il caso ha avuto anche un effetto interno alla politica italiana. La morte di Regeni è diventata un simbolo delle difficoltà di tenere insieme realpolitik e tutela dei diritti, e ha segnato il dibattito pubblico italiano per anni, con richieste ricorrenti di verità che hanno attraversato maggioranze diverse.
Per una regione come la Calabria, che esporta giovani e che vive di rapporti con il Mediterraneo, la vicenda dice qualcosa sul modo in cui l'Italia viene vista dall'estero: un paese che chiede verità sui propri cittadini scomparsi all'estero, anche quando la diplomazia consiglierebbe di lasciar cadere il caso.
Non è chiaro cosa accadrà ora. Le condanne restano ineseguibili, e non è previsto che l'Egitto cambi posizione. Il processo italiano si chiude con un verdetto, ma la vicenda Regeni resta aperta sul piano politico e diplomatico, come la stampa internazionale continua a raccontare.
