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CULTURA

Perlman, Connery e lo sputo: il Nome della rosa rivisto da Hollywood

Il Guardian raccoglie il racconto dell'attore sul set del film tratto da Eco: un dettaglio di recitazione che riaccende il dibattito sulla trasposizione

Eleonora Vanzetti692 wordsEdition №135martedì 6 ottobre 2026 — Edizione № 135

Il Guardian ha pubblicato questa settimana un'intervista in cui Ron Perlman ripercorre la lavorazione de Il nome della rosa, il film del 1986 tratto dal romanzo di Umberto Eco. L'attore racconta che la scena dello sputo richiese sedici riprese, e che fu Sean Connery stesso a insistere perché il gesto fosse reale: "Ron, se non mi sputi davvero in faccia, staremo qui tutto il giorno", avrebbe detto il protagonista, secondo quanto riporta il quotidiano britannico.

L'aneddoto, in sé minore, riporta al centro dell'attenzione internazionale una questione che accompagna da decenni la ricezione di Eco fuori dall'Italia: la difficoltà di tradurre in immagini un romanzo costruito su stratificazioni di lingua, teologia e citazione. Il Guardian lo presenta come un frammento di memoria di scena, ma il tema che riaffiora è quello del rapporto tra il testo e la sua riduzione cinematografica.

Per la redazione Cultura, la notizia ha un valore che va oltre la curiosità di backstage. Il nome della rosa è uno dei pochi romanzi italiani contemporanei entrati stabilmente nel canone letto all'estero, e ogni sua ripresa — cinematografica, televisiva, teatrale — viene seguita dalla stampa anglofona come un test sulla traducibilità della letteratura italiana.

Perlman, all'epoca giovane attore caratterista, è oggi noto al pubblico internazionale per ruoli in saghe fantasy e di genere. La sua testimonianza, raccolta dal Guardian, aggiunge un tassello alla storia produttiva di un film che resta uno dei maggiori casi di adattamento di un'opera italiana per il mercato mondiale.

Il film uscì nel 1986 per la regia di Jean-Jacques Annaud, con Connery nel ruolo di Guglielmo da Baskerville e Christian Slater in quello di Adso. La produzione fu europea, girata in parte in Germania e in Italia, e il cast internazionale fu una scelta deliberata per un'opera che doveva parlare a un pubblico globale.

La critica anglofona, all'epoca, discusse molto della fedeltà al romanzo e della rinuncia a gran parte dell'apparato filosofico e semiotico che lo attraversa. È un dibattito che il Guardian, riprendendo la memoria di Perlman, non riapre esplicitamente, ma che il solo titolo del film riporta inevitabilmente in primo piano.

Eco stesso seguì con attenzione la trasposizione, e la sua posizione pubblica sul film è stata oggetto di commento da parte della stampa internazionale per anni. La questione di fondo — quanto di un romanzo italiano sopravviva al passaggio in un'altra lingua e in un altro medium — resta centrale per chi si occupa di traduzione culturale.

Per l'editoria italiana, il caso Eco ha rappresentato un modello: un autore accademico capace di diventare bestseller mondiale senza rinunciare alla complessità. Il nome della rosa è stato tradotto in decine di lingue e ha venduto milioni di copie, secondo le ricostruzioni ricorrenti nella stampa estera.

La memoria di scena raccolta dal Guardian appartiene a quel genere di materiale che alimenta la ricezione popolare delle opere: il dettaglio artigianale, il gesto ripetuto, la tensione sul set. È un registro che la stampa culturale internazionale usa spesso per avvicinare il grande pubblico a testi altrimenti percepiti come difficili.

Resta il fatto che l'intervista non annuncia alcun nuovo progetto: è un racconto retrospettivo, non una notizia di produzione. Chi si occupa di cinema italiano in traduzione ne ricava soprattutto una conferma: l'interesse della stampa anglofona per i classici italiani adattati non si è esaurito.

Il tema della trasposizione letteraria è tornato di attualità anche in altre sedi internazionali, con cicli di articoli dedicati ai grandi adattamenti europei. La vicenda de Il nome della rosa vi compare regolarmente come caso di scuola, tanto per la complessità del testo quanto per la longevità del film.

Per un lettore italiano, la notizia ha un sapore particolare: un attore americano ricorda, in un giornale britannico, una scena girata in Europa trent'anni fa, tratta da un romanzo italiano. È un esempio di come la cultura italiana circoli all'estero più attraverso le sue opere che attraverso le sue istituzioni.

La redazione Cultura continuerà a seguire come la stampa internazionale legge il canone italiano: la letteratura in traduzione, il cinema ai festival, il teatro e la musica. Il caso Eco, con la sua lunga coda di adattamenti, resta uno dei fili più resistenti di questa storia.

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