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FRIULI-VENEZIA GIULIA

Mosca chiude lo Stretto di Kerch: il grano ucraino cerca rotte alternative verso Trieste

Gli attacchi alle petroliere russe interrompono i corridoi marittimi del Mar d'Azov. Il porto friulano si prepara a gestire volumi extra mentre l'Europa ridisegna le catene di approvvigionamento

Sergio Madrussan572 wordsEdition №45martedì 14 luglio 2026 — Edizione № 45

La Russia ha temporaneamente bloccato i trasporti attraverso il Canale Don-Azov, la via navigabile che collega il fiume Don al Mar di Azov, secondo quanto riportato da Euromaidan Press il 11 luglio sulla base di fonti dell'industria dell'esportazione di grano. Le guardie di frontiera russe, dipendenti dall'FSB, non hanno fornito una data per la riapertura dello Stretto di Kerch dopo gli attacchi con droni ucraini alle petroliere russe.

La chiusura dei corridoi marittimi nel Mar d'Azov, tradizionalmente snodo cruciale per il grano ucraino verso i mercati mondiali, costringe gli esportatori a cercare percorsi alternativi. Il Danubio, che scorre attraverso l'Europa centrale e raggiunge il Mar Nero, rimane praticabile, ma i tempi di transito si allungano significativamente e i costi aumentano.

Per il porto di Trieste, il principale gateway italiano per il commercio con l'Europa centrale e i Balcani, l'interruzione delle rotte azoviane rappresenta sia una sfida che un'opportunità. La città, già crocevia delle logistiche europee, potrebbe attrarre volumi crescenti di grano destinato ai mercati dell'Unione europea e oltre.

Il blocco russo arriva mentre l'Europa affronta pressioni crescenti sulle catene di approvvigionamento alimentare. L'Ucraina rimane uno dei principali fornitori mondiali di cereali, e qualsiasi interruzione nei suoi corridoi di esportazione ha ripercussioni globali. I prezzi del grano, già volatili, potrebbero subire ulteriori pressioni se il blocco si prolungasse.

Trieste, con i suoi 1,6 milioni di container movimentati annualmente secondo i dati portuali, dispone dell'infrastruttura per gestire aumenti di traffico. Il porto ha storicamente svolto il ruolo di hub per il commercio verso l'Europa centrale, una funzione che la guerra in Ucraina ha ulteriormente consolidato.

Le rotte danubiane, sebbene alternative valide, comportano limitazioni. Le navi devono navigare attraverso sei paesi — Ungheria, Serbia, Romania, Bulgaria e Moldavia — e affrontano variazioni stagionali di profondità che riducono la capacità di carico. Il percorso è più lungo e costoso rispetto al tragitto diretto attraverso il Mar Nero e il Mediterraneo.

Gli operatori logistici di Trieste hanno già esperienza nel gestire deviazioni di rotte commerciali. Durante i picchi della guerra russo-ucraina, il porto ha visto aumentare i traffici di container destinati all'Europa centrale, con una crescente domanda di servizi di transito verso la regione dei Balcani occidentali.

La Friuli-Venezia Giulia, regione di confine con Slovenia e Croazia, occupa una posizione geografica strategica. Il porto di Trieste si trova a circa 500 chilometri dal confine ungherese e a meno di 400 dal cuore della valle danubiana, distanze che lo rendono competitivo rispetto ai porti mediterranei più meridionali.

Le implicazioni per la regione vanno oltre il semplice transito di merci. Un aumento del traffico portuale comporterebbe maggiore domanda di servizi di logistica, magazzinaggio e movimentazione merci, con potenziali ricadute occupazionali nei settori collegati.

Tuttavia, il blocco russo solleva questioni di stabilità a lungo termine. Finché la situazione militare rimane incerta, gli operatori commerciali difficilmente investiranno in infrastrutture permanenti per rotte alternative. Le deviazioni rimangono una soluzione tattica, non strategica.

La regione ha già visto fluttuazioni nei traffici portuali dovute ai conflitti geopolitici. L'embargo europeo sul petrolio russo del 2022 ha alterato i flussi energetici che tradizionalmente transitavano per Trieste, costringendo il porto a diversificare le sue fonti di reddito verso il traffico containerizzato e le merci generiche.

Reuters e altre agenzie hanno confermato che le fonti dell'industria cerealicola riferiscono dell'interruzione del Don-Azov, ma nessuna data ufficiale è stata resa pubblica dalle autorità russe. Questo crea incertezza nei mercati e spinge gli acquirenti a cercare fonti alternative di approvvigionamento europee.

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