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SARDEGNA

I casari ribelli delle Alpi e la lezione per i pastori sardi

Il Guardian racconta i produttori di formaggio che resistono al pascolo stagionale. In Sardegna la stessa battaglia si combatte sull'isola.

Gavino Sanna761 wordsEdition №135martedì 6 ottobre 2026 — Edizione № 135

Il Guardian ha pubblicato questa settimana un reportage sui 'casari ribelli' che preservano una tradizione alpina: un piccolo gruppo di pastori di montagna che produce formaggio secondo un sistema agricolo tradizionale basato sul pascolo stagionale e a rotazione. La storia, firmata dal corrispondente del quotidiano britannico, racconta di un prodotto chiamato storico ribelle e di una resistenza silenziosa alle logiche dell'agricoltura intensiva.

Per la Sardegna, isola di pastori e di formaggi che il mondo conosce, la vicenda non è lontana. Il pascolo rotazionale è la stessa grammatica che ha plasmato l'interno dell'isola per secoli: greggi che salgono e scendono, transumanze, un rapporto con la terra che non si misura in ettari ma in stagioni. La differenza è che in Sardegna quella grammatica è oggi sotto pressione da più fronti.

Il Guardian non nomina la Sardegna nel suo reportage, e non è compito di questo giornale forzare il collegamento. Ma la domanda che il pezzo lascia aperta — chi custodisce un paesaggio quando i custodi sono pochi e invecchiati — è la stessa che attraversa l'entroterra sardo, dove le aziende zootecniche chiudono e i giovani emigrano.

La storia alpina raccontata dal Guardian è, in fondo, una storia di nicchia che diventa modello. Resta da vedere se un modello di montagna può parlare a un'isola che il mondo continua a vedere come un luogo di mare.

Il pezzo è corredato da fotografie e nasce, secondo l'autore, da una passione condivisa per la montagna e per chi la abita.

Il reportage del Guardian non nomina la Sardegna, e non è compito di questo giornale forzare il collegamento. Ma la domanda che il pezzo lascia aperta — chi custodisce un paesaggio quando i custodi sono pochi e invecchiati — è la stessa che attraversa l'entroterra sardo. Le aziende zootecniche chiudono, i figli dei pastori cercano lavoro altrove, e il presidio umano che tiene insieme pascoli e formaggi si assottiglia.

I casari di montagna hanno scelto di restare piccoli, di rifiutare la scala industriale, di vendere un prodotto che racconta un territorio. È una scelta che in Sardegna alcuni produttori hanno già fatto, ma senza la visibilità internazionale che il Guardian concede alle Alpi.

C'è poi una questione di clima. Il pascolo rotazionale funziona se le stagioni funzionano. Le Alpi e la Sardegna stanno vivendo entrambe estati più lunghe e siccitose, e il reportage del Guardian non entra nel dettaglio di come i casari ribelli affrontino l'irregolarità delle precipitazioni. È un silenzio che pesa, perché la tradizione che il pezzo celebra è anche una tradizione esposta.

Il Guardian descrive il sistema come 'tradizionale', ma non è un sistema statico. I casari ribelli hanno adattato tecniche, canali di vendita, comunicazione. Hanno capito che la sopravvivenza di un formaggio di montagna passa dalla narrazione tanto quanto dalla qualità. Questa lezione, per i pastori sardi che producono formaggi a denominazione, è già nota ma non sempre praticata.

La Sardegna ha una lunga storia di esportazione di formaggi, in particolare il pecorino romano, che per decenni è stato il motore economico di intere zone dell'interno. Ma il modello di produzione di massa ha reso i pastori dipendenti da prezzi che non controllano. Il 'ribellismo' dei casari alpini, che vendono direttamente e a prezzi più alti, è una strada che alcuni in Sardegna guardano con interesse.

Il reportage del Guardian non affronta il tema della proprietà della terra né quello dei sussidi agricoli europei, che in entrambi i contesti determinano chi può restare e chi no. È una lacuna che il lettore sardo noterà, perché la politica agricola comune è da decenni il vero campo di battaglia per chi vuole vivere di pastorizia.

Resta il fatto che il Guardian ha scelto di raccontare una resistenza alpina come storia di successo. Non una storia di nostalgia, ma di prodotto, di mercato, di identità. È un registro che la Sardegna conosce e che, forse, meriterebbe di più spesso sulle pagine internazionali.

Il pezzo si chiude, secondo l'autore, con un ritorno alla montagna: il viaggio era iniziato con un amico che vive lassù, e la scrittura nasce da quella familiarità. È un approccio che i lettori sardi riconosceranno: si racconta bene solo ciò che si conosce da dentro.

La domanda che resta, per l'isola, è semplice e non retorica. Se i casari ribelli delle Alpi possono trasformare un prodotto marginale in una storia globale, perché i pastori sardi — con una tradizione più antica e un formaggio più famoso — non riescono a fare lo stesso? La risposta, probabilmente, non è nel formaggio ma nella terra, nel credito, e in chi decide di restare.

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