SARDEGNA
La tassa turistica che l'Europa già applica, e che la Sardegna interna non incassa
Il Guardian: la levy notturna è una manna per i comuni italiani a corto di fondi. Sull'isola la geografia decide chi la incassa e chi no.
Gavino Sanna620 wordsEdition №115lunedì 14 settembre 2026 — Edizione № 115
Il Guardian ha dedicato questa settimana un'analisi alla tassa turistica notturna che gran parte dell'Europa applica già, definendola una manna per i comuni italiani a corto di fondi, mentre l'Inghilterra muove i primi passi in un territorio per lei sconosciuto. La lettura britannica è semplice: dove il visitatore dorme, il comune incassa.
In Sardegna quella geografia è netta. La pressione turistica si concentra su poche fasce costiere, mentre l'interno — Ogliastra, Barbagia, le zone interne del Medio Campidano — registra presenze molto più basse e strutture ricettive rade. Il gettito segue la stessa linea.
Per i comuni dell'interno il problema non è l'aliquota ma la base imponibile: senza posti letto non c'è imposta. La tassa che a Londra viene presentata come strumento di riequilibrio rischia, vista da Cagliari e dall'interno, di fotografare il divario invece di ridurlo.
Il Guardian osserva che la levy è già una realtà consolidata nelle mete italiane. Resta da capire, per un'isola che dipende dal turismo costiero e stagionale, se uno strumento pensato sulle città d'arte possa servire anche a chi vive dove i turisti non arrivano.
Il Guardian ha pubblicato questa settimana un'analisi sulla tassa turistica notturna che gran parte dell'Europa applica già, descrivendola come una manna per i comuni italiani a corto di fondi. Il giornale britannico la inquadra mentre l'Inghilterra si appresta a introdurre per la prima volta un prelievo sui pernottamenti in hotel e negli alloggi brevi: un territorio, scrive il Guardian, sconosciuto nel Regno Unito ma familiare a molte città europee.
La ricostruzione del Guardian parte da un dato semplice: dove i visitatori pernottano, il comune incassa. È una meccanica che in Italia esiste da anni e che il giornale presenta come una delle poche entrate locali cresciute con il turismo, utile a finanziare servizi, manutenzione e decoro urbano senza gravare sui residenti.
Vista dalla Sardegna, quella meccanica rivela però un limite geografico. La pressione turistica dell'isola si concentra su poche fasce costiere — la Costa Smeralda, il sud di Cagliari, alcune marine dell'Oristanese e del Sassarese — mentre l'interno, dall'Ogliastra alla Barbagia, registra presenze molto più basse e un numero contenuto di strutture ricettive.
Il gettito della tassa di soggiorno segue la stessa linea della costa. Per i comuni interni il vincolo non è l'aliquota, che possono fissare come gli altri, ma la base imponibile: senza posti letto non c'è imposta da incassare. È una differenza che il Guardian non affronta, perché il suo articolo ragiona sulle mete italiane nel loro insieme.
C'è poi la stagionalità. Il modello sardo è concentrato in pochi mesi, con picchi tra giugno e settembre e una lunga bassa stagione in cui molte strutture chiudono. Una tassa sul pernottamento costruita su un flusso così compresso produce entrate concentrate e difficili da programmare su base annuale, proprio mentre i comuni devono garantire servizi che restano aperti tutto l'anno.
Il tema si intreccia con quello che la stampa estera racconta da tempo sull'isola: il turismo di massa sulle coste e lo spopolamento dell'interno. Sono due fenomeni che la tassa non crea e non risolve, ma che la sua architettura riflette con precisione. Chi ha più visitatori incassa di più; chi ne ha meno resta indietro.
La discussione europea suggerisce anche una possibile direzione. Se lo strumento serve a compensare l'impatto del turismo su un territorio, allora il criterio di riparto tra comuni — non solo l'aliquota — diventa la questione politica. Il Guardian non entra nel merito italiano, ma la sua lettura della levy come risorsa per i comuni a corto di fondi apre esattamente quel ragionamento.
Per la Sardegna la domanda è se un prelievo pensato sulle città d'arte e sui centri storici possa avere senso anche in un'isola dove il turismo è costiero e stagionale. Le città d'arte incassano tutto l'anno; le marine sarde incassano d'estate. Sono due modelli economici diversi, e uno strumento unico li tratta come se fossero lo stesso.
Resta il fatto che il Guardian descrive la tassa come una realtà consolidata in gran parte d'Europa e come un'entrata ormai strutturale per le mete italiane. Per i comuni dell'interno sardo il problema non è se introdurla — esiste già — ma se il suo gettito potrà mai arrivare dove i turisti non dormono.
Il dibattito inglese, riportato dal Guardian, offre un termine di paragone utile: Londra sta scoprendo adesso uno strumento che in Italia e altrove è ordinario. Per l'isola la lezione è che l'ordinarietà dello strumento non basta: conta la geografia su cui viene applicato.
