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ABRUZZO

Dopo le piazze, lo sciopero generale: l'Appennino guarda e conta

Il Guardian e il New York Times leggono le proteste italiane come una frattura generazionale. Nell'Aquila ricostruita la frattura ha già una geografia.

Marco Di Sante1,201 wordsEdition №162lunedì 26 ottobre 2026 — Edizione № 162

Le proteste di sabato in otto città italiane — Roma e Milano in testa, sotto un dispositivo di sicurezza che France 24 descrive con droni ed elicotteri — sono arrivate al lunedì con una domanda aperta: cosa succede dopo. The Local Italy, nella sua agenda settimanale, segnala che la settimana si apre con uno sciopero generale nazionale. È l'unico passaggio del telegrafo internazionale di oggi che guarda avanti invece di contare i fermati.

Il New York Times ha raccontato i manifestanti giovani italiani che tornano in piazza «stanchi dell'establishment politico e del crescente costo della vita», dopo che la violenza aveva offuscato le proteste del fine settimana precedente. Euronews riferisce di giovani che si sono scontrati con la polizia per le strade di Roma sabato. Il quadro che la stampa estera restituisce è quello di una mobilitazione che non si è esaurita con gli scontri.

L'editoriale del Guardian di venerdì ha dato a questa ondata una lettura continentale: «il contratto sociale è rotto e i giovani vogliono soluzioni». Lo stesso giornale, sempre venerdì, ha pubblicato un'analisi sulla frattura milanese tra giovani emarginati e immigrati e coetanei con maggiori prospettive. È una frattura che la montagna interna conosce in un'altra forma: non tra chi resta ai margini della città, ma tra chi resta e chi è già partito.

Dalla mia postazione, tra L'Aquila e l'alta montagna appenninica, la domanda sullo sciopero generale è concreta e non retorica. In un territorio dove la popolazione invecchia e i giovani emigrano, uno sciopero si misura su chi ha ancora un posto di lavoro da fermare. Il telegrafo internazionale non offre cifre sulla partecipazione attesa nelle province interne, e non ne invento.

The Local Italy, nel suo appuntamento settimanale con l'agenda italiana, mette al primo posto «un grande sciopero generale nazionale», seguito da eventi di Halloween e festival gastronomici autunnali. La sequenza, in un bollettino pensato per lettori stranieri, dice qualcosa: dopo un fine settimana di marce e scontri, la mobilitazione si sposta dal piano della piazza a quello del lavoro organizzato.

È il passaggio che la copertura internazionale aveva lasciato intravedere senza dichiararlo. France 24, sabato, aveva inquadrato le proteste italiane come una giornata contro «i tagli al bilancio e l'alto costo della vita» in otto città. Il Guardian, nella sua diretta europea, aveva collocato l'Italia dentro un movimento più largo, con la Francia a fare da epicentro e la Spagna e l'Albania sullo sfondo. Nessuna delle due testate dice come andrà lo sciopero: dicono che arriva.

La lettura generazionale è quella su cui insiste il New York Times. I suoi inviati hanno descritto manifestanti giovani che speravano di far sentire la propria voce dopo che la violenza aveva offuscato le proteste del fine settimana precedente. È una descrizione che sposta l'accento dalla cronaca degli scontri alla domanda politica: chi rappresenta, oggi, chi scende in piazza.

Euronews, dal canto suo, ha raccontato gli scontri di Roma tra giovani manifestanti e polizia come parte di manifestazioni «su salari, costo della vita e servizi pubblici» che si diffondevano in tutta Italia. La sequenza delle rivendicazioni è significativa: non solo salario, ma servizi pubblici. È la parte che tocca più da vicino un territorio interno come l'Abruzzo, dove la distanza dai servizi è una condizione quotidiana prima che una parola d'ordine.

Il Guardian ha offerto la cornice più ampia in un editoriale di venerdì: un superciclo elettorale nel corso del prossimo anno potrebbe ridefinire il futuro del continente, ma anche ciò che accade nelle strade lo sta plasmando. Il giornale ha usato un'immagine precisa: la Francia ha starnutito e l'Europa ha preso il raffreddore. L'Italia, nel racconto del Guardian, è parte del contagio.

Sempre il Guardian, venerdì, ha pubblicato un'analisi sulla frattura interna alle proteste milanesi: da un lato giovani emarginati e immigrati, dall'altro coetanei con maggiori prospettive. È una lettura che merita di essere presa sul serio perché sposta l'attenzione dalla generazione come blocco unico alle disuguaglianze dentro la generazione stessa.

Quella frattura, vista dall'Appennino, assume una geometria diversa. Qui la linea non passa tra centro e periferia della stessa città, ma tra la valle e la montagna, tra chi ha un lavoro raggiungibile e chi non ce l'ha più. La depopolazione dell'interno montano è un fatto strutturale che la stampa estera racconta da anni quando si occupa di Italia; non è un'invenzione locale.

France 24 ha dedicato una trasmissione alla lettura «materialista» delle proteste guidate dai giovani, intervistando la sociologa Gökçe Tuncel. La tesi, per come la rete la riassume, è che l'ondata in Francia, Albania, Italia e India riveli più di una successione di rivendicazioni locali. È un invito a leggere le piazze come sintomo, non come elenco.

Lo stesso France 24, in un'altra trasmissione, ha ospitato Steven Erlanger del New York Times per parlare di «insoddisfazione popolare» in tutta Europa: dalla Francia alla Germania, dall'Italia alla Spagna, ha detto, le promesse di maggiore crescita economica non si sono avverate. È la frase che tiene insieme il costo della vita, i salari e la sfiducia.

Su questo sfondo, lo sciopero generale diventa il test più severo. Una piazza si misura in ore e in immagini; uno sciopero si misura in adesioni e in settori. Per una regione come l'Abruzzo, con una base manifatturiera e farmaceutica e un interno montano fragile, la domanda è quali categorie riescano davvero a fermarsi e quali no.

C'è poi il tema che il telegrafo internazionale solleva e che riguarda la montagna più di quanto sembri: i social media. The Local Italy riferisce che i legislatori europei hanno chiesto venerdì all'UE di indagare urgentemente sul ruolo delle piattaforme durante le proteste negli Stati membri, chiedendo che Bruxelles sia pronta a bloccare l'accesso «come ultima risorsa». È una discussione che tocca i territori dove la connessione è già precaria.

La domanda che arriva all'Appennino non è se i social vadano regolati, ma cosa significhi organizzare una mobilitazione in un luogo dove la rete è debole e i presidi pubblici si chiudono. Il telegrafo non offre dati sulla connettività nelle aree interne; offre però la consapevolezza che la discussione europea sulla piazza digitale non è neutra rispetto alla geografia.

Il Guardian ha anche pubblicato, giovedì, una lettura opposta e utile: l'analista Alberto Alemanno ha messo in guardia dal quadro di «una rivolta giovanile violenta e coordinata», sostenendo che è esattamente quello che i nemici dell'Europa vogliono dipingere, e che i manifestanti di ogni paese hanno rivendicazioni distinte. È un monito contro la generalizzazione che vale anche per chi, da fuori, guarda l'Italia come un blocco.

Da L'Aquila, città che ha fatto della ricostruzione una forma di pazienza civile, la lezione è prudente. Una generazione che torna in piazza dopo gli scontri, come racconta il New York Times, non è una generazione persa: è una generazione che chiede di essere contata. La differenza tra contarla e perderla, in montagna, si gioca sulla possibilità di restare.

Lo sciopero generale dirà qualcosa che le marce di sabato non potevano dire: quanto è largo il perimetro di chi ha ancora qualcosa da fermare. Per l'interno abruzzese, la risposta sarà anche una misura della tenuta del lavoro nei distretti e della capacità dei servizi pubblici di reggere. Il telegrafo internazionale non anticipa l'esito; offre la cornice per leggerlo.

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