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OPINION

Una scuola che conta i banchi e misura le fedi

La Redazione422 wordsEdition №126venerdì 25 settembre 2026 — Edizione № 126

Il governo italiano ha annunciato misure per limitare il numero di studenti di cittadinanza straniera in ogni classe e per vietare burqa e niqab nei contesti scolastici. La BBC ha riferito che la Presidente del Consiglio ha definito queste disposizioni «strumenti di buon senso che non dividono ma aiutano davvero a integrarsi». Il New York Times ha raccolto la stessa notizia con un tono diverso, osservando che i critici vi leggono il tentativo di assecondare un sentimento anti-immigrazione diffuso. Due letture della stessa pagina: da una parte una pedagogia della gradualità, dall'altra un gesto politico rivolto a un elettorato. Nessuna delle due è verificabile in astratto; entrambe dicono qualcosa di vero su come l'Italia viene percepita fuori dai suoi confini.

Vale la pena separare i due provvedimenti, perché non appartengono alla stessa famiglia. Un tetto agli alunni non italofoni per classe è una questione di organizzazione didattica: le scuole di periferia sanno da anni che una classe in cui nessuno parla ancora la lingua comune è una classe difficile da condurre, e che la soglia giusta non è né zero né cento. Il divieto di indossare un velo integrale a scuola è invece una questione di simboli, e i simboli non si governano con le circolari. Il mondo tende a leggere le due cose come un unico pacchetto identitario; chi le vive dentro le scuole le distingue senza sforzo.

C'è poi una questione di numeri che sfugge alla cronaca internazionale. L'Italia ha una natalità tra le più basse d'Europa e una popolazione che invecchia: le classi che si svuotano nelle regioni interne sono, in molte città, le stesse in cui si concentrano i bambini di origine straniera. Limitare la presenza straniera in aula, in un paese che fa sempre meno figli, significa spesso limitare la presenza di bambini in aula, punto. È un paradosso che la stampa estera coglie a metà: vede la politica, non sempre vede il registro delle iscrizioni.

Resta la domanda che nessun dispaccio estera può sciogliere per noi: che cosa vuol dire integrare. Se integrare significa rendere invisibile una differenza, allora la scuola non è il luogo giusto, perché la scuola è il luogo dove le differenze si vedono tutte, ogni mattina, sui banchi. Se integrare significa imparare a stare nella stessa stanza con ciò che non ci somiglia, allora nessun tetto e nessun divieto lo produce: lo produce il tempo, e il tempo non si legifera. Il mondo ci guarda mentre contiamo i banchi e misuriamo i veli. Forse dovremmo chiederci che cosa, di noi, sta contando.

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