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OPINION

Veli a scuola, e il Paese che si racconta dai confini

La Redazione362 wordsEdition122lunedì 21 settembre 2026 — Edizione № 122

Il governo italiano ha annunciato l'intenzione di vietare burqa e niqab nelle scuole e di porre limiti agli studenti stranieri. Al Jazeera e Politico Europe hanno riferito la dichiarazione della Presidente del Consiglio secondo cui i bambini italiani non possono sentirsi una minoranza in classe. Le due testate leggono l'annuncio in modo convergente: una mossa rivolta a contendere terreno elettorale a un partito rivale di estrema destra, in un paese il cui esecutivo è, secondo Al Jazeera, il più longevo del dopoguerra.

La cornice internazionale, però, tende a fare di questi annunci una cifra nazionale. Quando l'Italia parla di scuola, il mondo ascolta una risposta sull'identità: chi siamo, chi entra, cosa si indossa. È una lettura comoda e in parte ingiusta, perché riduce un sistema scolastico complesso a un simbolo. Ma è anche una lettura che l'Italia stessa rende possibile ogni volta che sceglie la scuola come palcoscenico delle proprie decisioni politiche.

Vale la pena separare due piani. Un conto è la sicurezza e la convivenza quotidiana nelle aule, materia concreta che riguarda presidi, insegnanti e famiglie. Un altro è la comunicazione politica, che cerca visibilità e la ottiene soprattutto fuori dai confini. Le testate straniere non distinguono quasi mai i due livelli, e non è solo colpa loro: la distinzione non viene offerta.

C'è poi il tema dei numeri. Le classi italiane, come quelle di mezzo continente, si svuotano. Un paese che invecchia e che ha pochi nati ha bisogno di ogni banco occupato, non di banchi vuoti per principio. Chi scrive da fuori lo nota con una certa perplessità: si restringe l'accesso mentre si lamenta la denatalità. Non è una contraddizione che riguardi soltanto l'Italia, ma l'Italia la espone con particolare nettezza.

Resta un fatto che non dipende dalle intenzioni: le decisioni prese a Roma sulle aule verranno lette a Bruxelles, a Londra e nel Golfo come una definizione del paese. È il prezzo di una politica che parla al pubblico estero. Noi preferiremmo che l'Italia fosse raccontata per le sue scuole reali — quelle che funzionano, quelle che cadono a pezzi, quelle che accolgono — e non per il simbolo che di volta in volta le viene appeso addosso.

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